Amarcord /

Roma 1967

Ero seduto al bar Rosati a Roma, aspettando per un aperitivo Mario Schifano che esponeva proprio sopra il Caffè Rosati alla galleria La Tartaruga, di Plinio de Martiis.
Mentre aspettavo, parlavo con Giovanni Carandente che mi raccontava le sue esperienze alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, da cui era stato appena allontanato. Entrando nei dettagli intimi senza alcuna remora come spesso lui faceva con gli amici, mi raccontò di quando Palma Bucarelli, mitica ma anche dispotica direttrice della Galleria Nazionale di Roma, lo aveva scoperto dietro a una tenda faceva del sesso orale con un muratore che lavorava alla Galleria Nazionale. Dico questo perché Giovanni (Carandente) era un caro amico e non nascondeva la sua omosessualità, su cui spesso scherzavamo. Né questo episodio con la Bucarelli che lui odiava e di cui augurava la morte al più presto. “Sono nato donna, caro Giancarlo e ne sono felice”, mi diceva mentre gli davo un passaggio per Spoleto, quando mi recavo a Trevi. Ricordo che Gianni Carandente mi diceva di invidiare Gian Luigi Rondi, critico cinematografico e allora direttore del Festival del Cinema di Venezia. “Vedi,” mi diceva Carandente “se io fossi al posto di Rondi che lavora nel cinema, avrei la possibilità di corteggiare anche Marlon Brando, invece il mondo dell’arte offre molto poco. È un parco molto limitato”. Mentre parlavamo da Rosati, arriva rombando sulla sua moto nuova (quella moto che l’avrebbe poi portato alla morte poco dopo nel sottopassaggio del Muro Torto, a poche centinaia di metri da Rosati) Pino Pascali. Carandente, mi saluta e salta sulla moto di Pascali e insieme si allontanano. Più tardi mi dirà che molto spesso con Pascali facevano colazione da Rosati, poi andavano allo studio dell’artista e lui lo guardava mentre lavorava. “Nessuno conosce il lavoro di Pino Pascali quanto me”, mi diceva. E quando il povero Pino ebbe l’incidente con la moto e restò in coma, Carandente non abbandonò mai l’ospedale, sempre a fianco di Pino. E quando Pino morì, lui accusava il suo gallerista Fabio Sargentini (che invece probabilmente aveva capito che qualsiasi intervento sarebbe stato inutile) di non aver fatto arrivare il famoso neurochirurgo svedese Herbert Olivecroma per tentare un intervento disperato. Per anni Giovanni Carandente si portò dietro il dramma della morte di Pino Pascali, tanto era l’affetto e la stima che lo legavano al giovane artista.

Mario Schifano a Palazzo Primoli.
Mario Schifano a Palazzo Primoli.

I miei incontri con Mario Schifano

Ma torniamo da Rosati. Mentre sorseggio il mio Aperol, scende dalla galleria La Tartaruga Mario Schifano. Come sempre aitante e con i jeans scuciti e sdruciti che solo lui poteva e sapeva portare con la grazia di una divinità greca. Un grande abbraccio e si siede accanto a me, ordinando un drink. Conoscevo Mario da alcuni anni ed eravamo legati da una affettuosa amicizia. Avevo visto, nel 1959, all’Appia Antica, la mitica galleria di Emilio Villa, la sua prima mostra (informale) che l’aveva rivelato alla Roma dell’arte e di cui ne avevo scritto su una rivista, Crisi e Letteratura, che avevo fondato a Roma insieme a Gaetano Salveti, colonnello dei servizi segreti (allora SIFAR, diretti dal discusso generale De Lorenzo, accusato di preparare un colpo di stato). Gaetano Salveti era un ottimo poeta e grande appassionato di letteratura (poi diventerà Segretario del Sindacato Scrittori). Poiché lui era il finanziatore, aveva voluto chiamare la rivista con quello strano nome, Crisi e Letteratura, da saggio critico, che io detestavo. Ma in realtà io gestivo la rivista e vi scrivevo ciò che volevo, per cui mi turai il naso sul nome della testata e dedicai ampio spazio a tutti gli artisti di Piazza del Popolo e al nascente Gruppo 63, un drappello di letterati (tra cui Arbasino, Anceschi, Balestrini, Furio Colombo, Umberto Eco, Giuliani, Guglielmi, Manganelli, Pagliarani, Porta, Sanguineti ed altri), che avevano definito Giorgio Bassani, Carlo Cassola e Vasco Pratolini, i grandi narratori dell’epoca (tutti ricordiamo Il famoso affresco storico de Il Giardino dei Finzi Contini, di Bassani) delle Liale, riferendosi a Liala, mitica scrittrice di romanzi rosa. Invitai a collaborare Emilio Villa, Edoardo Sanguineti ed altri, per dare un respiro di attualità ad una testata finanziata da un simpatico colonnello dei servizi segreti, allievo del grande Alfredo Gargiulo, letterato e filosofo di estrazione crociana. Ma io che di crocianesimo ne sapevo poco, dedicavo ampio spazio all’arte e alla letteratura. In cambio del mio lavoro Salveti mi offrì di abitare nella sua stanzetta da ufficiale, nell’allora Caserma accanto alla Stazione Termini. Mi aveva presentato a tutti i suoi colleghi (colonnelli, generali, ecc. come il tenente Politi, suo cugino da parte di madre). Mangiavo spesso alla mensa ufficiali, pagando ogni pasto cento lire di allora, il costo di un biglietto del tram. E quando c’era Salveti ero suo ospite. Un periodo bellissimo: location al centro di Roma, stanza con bagno decorosissima e con un attendente molto gentile e servizievole che si occupava della mia stanza e di tutto ciò che mi occorreva. Mi sentivo un po’ a disagio solo quando mi chiamavano tenente, io che non ho fatto il servizio militare e non distinguo un maresciallo da un generale.
A Roma in quel periodo vedevo spesso Mario Schifano, sempre accompagnato da donne bellissime, soprattutto nobildonne e attrici. Lo vidi per un periodo fare coppia fissa con la modella e attrice Anita Pallenberg che poi sposò Keith Richards dei Rolling Stones, gruppo con cui lo stesso Schifano ha collaborato.

Mario Schifano in studio (1968).
Mario Schifano in studio (1968).

Incontro struggente con Mario Schifano in carcere a Regina Coeli

Ma il ricordo più struggente fu quando lo andai a visitare al carcere di Regina Coeli, per portargli duecentocinquantamila lire, frutto della vittoria al Premio di pittura Sassoferrato a cui l’avevo invitato. Come Presidente della giuria riuscii a far assegnare il primo premio ex aequo a Mario Schifano e Gino Marotta, due cari amici, ma senza alcuna manipolazione, perché tutti i membri della giuria avevano riconosciuto all’unanimità le loro qualità rispetto agli altri. Perché gli altri partecipanti erano quasi dei dilettanti. Il Premio Sassoferrato, che ancora esiste è la più antica rassegna d’arte in Italia (solo dopo la Biennale di Venezia) essendo stato fondato nel 1950 da padre Stefano Troiani che ne ha curato oltre sessanta edizioni e a cui ha dedicato la vita. Una rassegna di basso profilo ma resistente al tempo. Io in una lontana edizione cercai di sollevarne le sorti. Ma capii poi che padre Troiani aveva bisogno di quel livello di rassegna per gestire i rapporti politici con un onorevole del posto. Dunque meglio invitare un artista marchigiano, che poteva portare voti anzi ché Piero Manzoni. Mentre entravo a Regina Coeli vidi uscire l’attore Renato Salvatori, amico di Schifano, il quale mi rassicurò sulle condizioni di Mario. E mi presentò un signore grassoccio e con la bombetta che lo accompagnava: era l’avvocato di Mario che molto sicuro di sé, affermò che l’artista sarebbe uscito presto. Io tremai quando lui mi parlò: era il solito avvocaticchio romano che aggiustava tutto ma poi i suoi clienti finivano all’ergastolo. Era insomma la caricatura dell’avvocato che nei primissimi anni ’60 a Roma, fuori del tribunale, offriva i suoi servizi. Non ho mai capito come Mario e Renato Salvatori potessero fare affidamento su di lui. Ma Roma era anche questo. Quando entrai in parlatorio Mario scoppiò a piangere e tentò tra le sbarre, di abbracciarmi. “È la prima volta che vinco un premio”, mi disse. “Grazie Giancarlo, questo riconoscimento, in questo momento, per me ha un valore enorme. Anche di fronte ai miei compagni di carcere che ora mi rispetteranno di più. Ora non sarò più un piccolo criminale come loro, ma sarò l’artista maledetto”. Mario che era in carcere mi pare per uso personale di cannabis (ne avevano trovato un certo quantitativo nel suo appartamento: era il periodo della caccia alle streghe. Mimmo Rotella, sempre a Roma, si fece cinque mesi di carcere perché lo avevano scoperto che coltivava marijuana in un vaso sul suo balcone), era comunque in ottima forma e in grande confidenza con i secondini che aveva conquistato con il suo fascino naturale e forse qualche mancia, offerta dalle sue amiche benestanti che venivano a trovarlo. Mario mi fu sempre riconoscente per questo gesto. Le duecentocinquantamila lire che gli portavo, in pezzi da diecimila, lo fecero sentire nuovamente artista. Un riconoscimento ufficiale al suo pedigree che arrivava dal mondo esterno e per di più dal mondo della cultura. Quando ci incontravamo a casa sua (sempre bellissime) o da Rosati, mi raccontava molto volentieri la sua vita. Nato in Libia da genitori italiani, suo padre era un archeologo e restauratore e da lui apprese i primi rudimenti di pittura. Perché Mario era totalmente autodidatta. Insofferente a qualsiasi disciplina, aveva lasciato la scuola da ragazzino (non ricordo se avesse ottenuto la licenza di terza media) e dopo varie esperienze di lavoro negative, divenne assistente di suo padre che lavorava al Museo Etrusco di Valle Giulia.

Mario a New York, fra Andy Warhol e Jasper Johns

Mi parlava spesso del suo viaggio a New York, nel 1963, a bordo del transatlantico Cristoforo Colombo, con la bella Anita Pallenberg con cui convisse per un certo periodo. Ma i suoi racconti sulla esperienza a New York, spesso, da un mese all’altro variavano. In quell’anno Ileana Sonnabend, a Roma con Leo Castelli, gli aveva comperato alcune opere e lo aveva invitato a New York, per frequentare l’ambiente artistico della grande mela e anche per poter misurare la temperatura presso artisti e collezionisti di Mario. In previsione di una sua mostra nella galleria di Leo (Ileana ai tempi aveva un’influente galleria a Parigi, in Rue de Seine, da dove distribuiva a tutta l’Europa la Pop Art americana; ma continuava a collaborare strettamente con la galleria newyorkese del suo ex marito, Leo Castelli) con la galleria di Ileana a Parigi e Gian Enzo Sperone a Torino, Mario iniziò una intelligente collaborazione che lo rese famoso e credo ricco. A New York Mario si perse, come suo solito, dietro straordinarie avventure intellettuali e di vita, senza ascoltare i suggerimenti pragmatici di Ileana Sonnabend e dunque senza concludere molto con il suo lavoro, per cui si era recato a New York. Si ambientò immediatamente nella New York di quegli anni, divenne amico di Frank O’Hara, un giovane poeta molto noto all’epoca e curatore al MoMa e amico entusiasta di tutti i giovani artisti. Mario frequentò la Factory di Andy Warhol dove Anita conobbe e si innamorò di Mick Jagger, con cui convisse per qualche tempo, poi si sposò con un altro membro del gruppo dei Rolling Stones, Keith Richards, da cui ebbe tre figli, diventò attrice di successo e una famosa stilista. Ma in quel primo viaggio a New York, Mario Schifano si americanizzò, assorbendo le mode, i colori, gli eccessi della città in quel momento particolarmente spumeggiante. La serie di opere, diventate poi mitiche, con le scritte di Coca Cola ed Esso, sono figlie di quel viaggio. Grazie a Leo Castelli, Mario incontrò, traendone molta linfa per il suo lavoro, Jasper Johns e Robert Rauschenberg, anche se per i due grandi artisti americani non scattò mai un vero feeling nei confronti dell’artista italiano. Almeno così mi riferì Leo Castelli che aveva combinato l’incontro. Mario invece mi parlava della sua grande amicizia con i due famosi colleghi americani. Comunque quel viaggio, la sua frequentazione della Factory di Warhol (il suo amore per la polaroid e la TV, furono eredità di Andy) e l’incontro con Rauschenberg e Johns, certamente ebbero una forte influenza sul suo lavoro. Qualche anno dopo la mia visita a Regina Coeli, Mario invitò per alcuni giorni me e Helena, nella sua casa di Ansedonia, dove stava preparando una mostra per l’Istituto Italiano di Cultura del Cairo. Nei tre-quattro giorni della nostra visita non lo vidi mai toccare un telaio o un pennello. Giocava con la TV scattando migliaia di Polaroid che poi gettava in modo sparso sul letto. Si ritirava per ore nella sua stanza. Lo rivedevamo la sera sul terrazzo per la cena. Mario era un simpaticissimo borgataro megalomane. Inviava tutte le mattine il suo autista con la Bentley a Roma, alla Stazione Termini, per acquistare la copia giornaliera del New York Times. Che poi lui si divertiva a sfogliare e anche a ritagliare, per tutto il pomeriggio. E forse anche a leggere, ma non sono mai stato sicuro del suo livello di inglese.
Io gli chiedevo insistentemente quando avrebbe iniziato a lavorare per la sua mostra al Cairo, perché volevo vederlo al lavoro, sulla cui velocità e modalità, si mitizzava. E lui con un sorriso rassicurante rispondeva: “sto pensando”. Una mattina a colazione sul terrazzo (verso le ore 12) Mario ci dice: “i quadri per il Cairo sono partiti”.”Ma come, gli chiedo, e quando li hai realizzati?” “Stanotte. Sapevo che stamattina sarebbe arrivato il trasportatore e li ho realizzati”, mi risponde. Nella notte aveva realizzato dodici quadri di 2 metri per due: acrilici su tela. Ed erano già partiti con il trasportatore.
A Roma, come ho già detto, la velocità di esecuzione di Mario Schifano era mitica. Ma non mi sarei mai aspettato che sarebbe stato capace di realizzare una mostra in una notte. Anzi, in pochissime ore. Questa velocità era anche una voracità. Per tutto. Per il denaro, per la vita, per gli affetti, per le esperienze nuove e per tutti i viaggi dello spirito e della mente. Dentro e fuori del suo corpo. Quella velocità e voracità che gli hanno permesso di creare dei capolavori ma anche migliaia di opere modeste e maldestre. Che forse gli impediranno di entrare nella Storia dell’Arte.

Giancarlo Politi