Amarcord /

Roma 1967-1970

Se Schifano con i suoi eccessi impersonava l’immagine della Roma salottiera e della dolce vita esagerata, egli fu anche il cavallo di Troia della mondanità e nobiltà romana, principi e baroni, nipoti di cardinali, dello stesso Gianni Agnelli, di Ira Furstenberg e dei cineasti (Marco Ferreri, Federico Fellini, Ugo Tognazzi, Renato Salvatori) e quello dei letterati (Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Giuseppe Ungaretti, introdotto da Mario Diacono) per entrare nel mondo dell’arte, sino ad allora snobbato: tutti fedeli fan e anche clienti di Mario Schifano, che oltre a comperare opere, contribuirono a dare visibilità a quel momento e a quei personaggi. Alberto Moravia fu grande amico e mentore di Schifano, soprattutto dopo la sua reclusione a Regina Coeli, per cui secondo molti (ma io non credo) Mario si immolò addossandosi la colpa della droga trovata a Fiumicino nella borsetta della baronessa Afdera Franchetti, sorella di Giorgio Franchetti e moglie di Henry Fonda, affermando che il pacchetto era destinato a lui. Al processo testimoniarono a favore di Mario sia Moravia che Ungaretti: quest’ultimo stava per essere incriminato perché con la sua verve si scagliò contro il presidente della corte affermando che Schifano era un artista, aveva bisogno di stimoli per lavorare e non poteva essere giudicato alla stregua dei comuni cittadini. Grazie all’età e alla comprensione della corte il grande Giuseppe Ungaretti, sempre candidato e mai vincitore del Premio Nobel, che invece avrebbe meritato, evitò una incriminazione. (A proposito di Ungaretti, si è saputo poi che il Nobel non gli fu mai assegnato, malgrado lo meritasse, per una prefazione di Benito Mussolini alla seconda edizione al suo libro di poesie, Il Porto Sepolto (1923): dopo che il poeta aveva indirizzato una lettera a Mussolini, definendolo “signore del Rinascimento”). Malgrado queste illustri testimonianze, Schifano fu condannato a nove mesi di carcere (di cui mi pare ne scontò cinque). Mario era un grande sperimentatore di droghe: poi divenne anche un esperto preparatore per gli amici (mescolando componenti diverse che portavano allo sballo senza tuttavia essere letali: questa sua abilità e disponibilità ampliò di molto la sua cerchia di amici famosi). Detto ciò, bisogna dire che Mario Schifano era un uomo generoso, una sorta di Robin Hood, dunque capace di addossarsi una responsabilità non sua. Ma in quel caso, sono certo che Afdera Franchetti, che pare non facesse nemmeno uso di droghe, disse la verità e cioè che il pacchetto era destinato a Mario Schifano.

Pasolini in visita a una borgata con Ninetto Davoli, circa 1968.
Pasolini in visita a una borgata con Ninetto Davoli, circa 1968.

Pier Paolo Pasolini, il moralista fuori luogo
Ma in questo Amarcord non vorrei dimenticare di parlare di un personaggio mitico e controverso e che a me, dopo averlo incontrato, divenne particolarmente antipatico: Pier Paolo Pasolini. Lo avevo conosciuto qualche anno prima, a casa del mio editore di Linea Umbra, Beniamino Carucci, che era anche molto amico di Pasolini e forse stavano preparando un progetto insieme. Linea Umbra fu una curiosa antologia di poesia contemporanea da me compilata e che ai tempi ebbe una buona risonanza tra gli addetti ai lavori (Enrico Falqui, il più autorevole critico di poesia di allora, gli dedicò una pagina sul quotidiano Il Tempo, considerandolo un interessante contributo trasversale sulla nuova poesia italiana). A quella cena da Beniamino Carucci eravamo una decina di persone, quasi tutti letterati, tra cui Luigi Silori, titolare di una rubrica televisiva di successo, Uomini e Libri, a cui Silori mi invitò poi per presentare la mia Linea Umbra. Forse c’era anche Pietro Cimatti, fecondo poeta forlivese ed Elio Filippo Accrocca, uno dei poeti di Portonaccio. Allora scrittori e personaggi molto popolari. E qualcun altro che non ricordo. A capotavola c’era Pier Paolo Pasolini, che durante la cena era silenzioso e a testa bassa sul piatto come a meditare per estraniarsi ai nostri discorsi un po’ banali, con i suoi capelli tirati all’indietro da un grumo di brillantina che si rifletteva sotto la luce, proprio come tutti i “ragazzi di vita” (Schifano lo chiamava liscino, per questi suoi capelli così lisci e tirati sulla nuca). All’improvviso, nel silenzio generale, alzandosi dalla sedia, Pasolini disse: voi non capirete mai quanto grande sia il piacere di stuprare uno o più dodicenni (lui usò un termine più crudo, irripetibile, ma il senso più o meno era questo). Io allora ero a digiuno di alchimie sessuali, però immaginai (grazie anche alla parola esplicita) cosa volesse significare quella frase, mi venne la tentazione di aggredire Pasolini. Veramente, ebbi il desiderio di alzarmi e prenderlo a pugni. Eppure restai disgustato ma in silenzio, perché eravamo in casa del mio editore e poi perché avevo saputo che Pasolini era un forte picchiatore: lui si allenava tutte le sere con grandi scazzottate con i ragazzi di vita. Dunque avevo molte probabilità di prenderle invece che darle. E allora avrei fatto proprio una bella figura. Poche settimane prima un ragazzo era entrato da Rosati, tutto ammaccato, dicendo che lo aveva picchiato Pasolini. Ovviamente per motivi sentimentali. Infatti Pasolini era molto noto tra i ragazzi di borgata con cui condivideva controverse violenze notturne. Allora capii che la sua Una Vita Violenta era in parte un romanzo autobiografico. La violenza sfrenata tra i ragazzi di borgata era esperienza vissuta per lo scrittore friulano. Per l’episodio a cui avevo assistito ma anche per alcuni suoi film, non ho mai amato Pasolini. Lo considero uno scrittore e regista ideologico, con un approccio alla realtà volutamente morbosa ed esibizionista. Il solo libro che salverei sono Poesie a Casarsa, perché scritte in dialetto friulano che per me è come il cinese. Invece al suo romanzo più famoso, Ragazzi di Vita, preferisco Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di Carlo Emilio Gadda. Lui sì che usa il dialetto romanesco come una vera lingua, senza le forzature innaturali di Pasolini che si inventa un suo inesistente romanesco di borgata insegnatogli da Franco Citti e Ninetto Davoli.
“Il 29 agosto del 1949 alla sagra di Santa Sabina a Ramuscello Pasolini pagò tre minori per dei rapporti di masturbazione. La voce arrivò ai carabinieri della Stazione di Cordovado, competente per il territorio. La famiglia di Pasolini intervenne e l’avvocato Bruno Brusin convinse le famiglie dei ragazzi a non sporgere denuncia, offrendo 100 000 lire a testa alle famiglie per il danno subito. L’indagine proseguì, con l’imputazione di atti osceni in luogo pubblico e di corruzione di minore (uno dei ragazzi era sotto i sedici anni)… i dirigenti del PCI di Udine, il 26 ottobre, decisero di espellerlo dal partito «per indegnità morale e politica». Fu anche sospeso dall’insegnamento, come previsto in simili casi.”
Episodi simili a quello raccontato da un cronista dell’epoca furono frequenti. Ma io mi chiedo, come mai Pier Paolo Pasolini, noto (anche alle forze dell’ordine e alla magistratura) molestatore di giovani e giovanissimi, spesso adolescenti, non fu mai veramente fermato e processato seriamente? Eppure Pasolini quando insegnava, incappò in reati sessuali con i suoi allievi. Reati non da poco. A giudicarli oggi sarebbe stato imprigionato e poi gettata la chiave in mare. Possibile che la notorietà possa portare ad una impunità così clamorosa? Invece lui tranquillo frequentatore della comunità culturale, continuava a sbandierare i suoi eccessi al bar e nei rarissimi salotti dove era invitato. Ma lui non fu mai uomo da salotto romano. Lui rivendicò sempre il diritto di essere un uomo di borgata… Insomma, per chi non lo avesse capito, io considero Pasolini un cattivo maestro a cui non arrogo il diritto di fare il moralista come invece fece sempre, con il Corriere della Sera, organo della borghesia milanese, orgoglioso di fare da megafono. La borghesia italiana che voleva autopunirsi per gli errori commessi, si lasciava insultare da un intellettuale perverso e deviato. Oppure per lui i reati sessuali non erano reati? E per PPP solo il sottoproletariato aveva diritto di vita. Ricordo che accusava con violenza Mario Schifano di essere un borghese perché figlio di un restauratore del Museo Etrusco. E il povero Mario Schifano, che subiva con estremo disagio questi attacchi di Pasolini, cercava di difendersi pavidamente affermando che lui veniva dalla borgata ed era un proletario. Insomma una gara di ipocrisia per chi poteva essere più borgataro e proletario. Ma sul piano dialettico con Mario, Pasolini la faceva da padrone. Sicuramente questo mio giudizio così negativo nei confronti di un monumento della cultura italiana irriterà molti. O forse il mio giudizio è minato dal ricordo di quella cena a casa dell’Editore Beniamino Carucci, che ho ritrovato più tardi come rabbino, sempre a Roma. Metamorfosi incredibile. Forse a causa di quella cena efferata con Pasolini, di cui però Beniamino, pur conoscendolo bene, era molto amico. Io invece all’epoca ignoravo il significato del politically correct.

Da sinistra Achille Bonito Oliva, Enrico Castellani, Franco Angeli e Pino Pascali, 1968. Courtesy ANSA/ UFFICIO STAMPA ZETEMA/Plinio de Martiis.
Da sinistra Achille Bonito Oliva, Enrico Castellani, Franco Angeli e Pino Pascali, 1968. Courtesy ANSA/ UFFICIO STAMPA ZETEMA/Plinio de Martiis.

A Roma entrano in scena Bonito Oliva, Pascali e Kounellis
Ma in quei mitici fine anni sessanta stava entrando in scena un’altra Roma, senza gli Agnelli e senza la Ira Furstenberg, una Roma che non gridava, che non si concedeva gli eccessi di Schifano e Angeli, (forse qualche canna, ma non di più) e che invece stava lavorando sulle idee che avrebbero sconvolto il panorama dell’arte romano e italiano: anche se tutti erano riconoscenti a Schifano che aveva aperto a Roma il mercato dell’arte (che prima non esisteva), facendola diventare una capitale della cultura internazionale, come protagonista della vita artistica romana stava per essere messo in disparte. Restò comunque un inesauribile e super veloce produttore di opere, con guadagni da capogiro sino alla sua morte, riferimento di un collezionismo affaristico e talvolta anche criminale. I nuovi artisti in arrivo, giovani e belli, a parte Kounellis, avevano bandito dai loro studi la pittura, e il nuovo alle porte era in linea con le ricerche più propositive  a Torino (Pistoletto, Merz, Zorio, Paolini, ecc.) Milano (Luciano Fabro) e in Europa (Joseph Beuys, Jan Dibbets, Daniel Buren). Perché stavano arrivando Pino Pascali, Jannis Kounellis, Eliseo Mattiacci, Mario Ceroli. E poco dopo, in punta di piedi ma pesante come un elefante, Achille Bonito Oliva. Insomma il panorama artistico romano e l’atmosfera erano cambiati. Pino Pascali, un po’come Mario Schifano, era una vera forza della natura. Proveniente dalla Puglia, collaborava con la Rai per alcuni cartoni animati (e per questo si poteva permettere un ampio studio in via Boccea) ma avendo seguito il corso di scenografia con Toti Scialoja all’Accademia di Roma, era diventato un grande sperimentatore di materiali. Dal suo studio era scomparsa la pittura con cui aveva iniziato ad esprimersi per lasciar posto ad un’arte oggettuale con una componente fortemente scenografica, retaggio dei suoi studi e dei suoi lavori. Ma era un’arte forte, corrosiva, talvolta ironica e drammatica. Anche se io sarei tentato di inserirlo nella categoria degli scenografi. Ma il confine è labile, come anche tra design e arte.
La prima apparizione del nuovo Pino Pascali avviene curiosamente il 5 gennaio 1965 a Verona, presso la Galleria Ferrari, nella mostra La critica e la giovane pittura italiana, in cui Pino presenta Grande come un cucciolo, una specie di aspirapolvere animale, opera di cui però si sono perse le tracce. Pascali girava sempre con la inseparabile fidanzata Michelle, bellissima ed ammirata ragazza francese, che tutti noi guardavamo con cupidigia e che ritroviamo spesso fotografata come protagonista delle opere tridimensionali di Pino. Michelle, dopo la morte di Pino avrà una breve storia sentimentale con Eliseo Mattiacci per diventare poi la compagna iconica di Jannis Kounellis con cui sarà legata sino alla scomparsa di Jannis avvenuta lo scorso anno. Compagna e collaboratrice, io credo.

Giuliano Briganti e Plinio De Martiis a Venezia, fotografia di Milton Gendel. Courtesy Giuliano Briganti.
Giuliano Briganti e Plinio De Martiis a Venezia, fotografia di Milton Gendel. Courtesy Giuliano Briganti.

Plinio De Martiis e il suicidio shock di sua moglie Ninì Pirandello
Ma a Roma stava per essere soppiantato anche il carisma di Plinio De Martiis dal più agguerriti Fabio Sargentini, giovane, bello, forte e ricco, con la sua Galleria L’Attico, ma anche dal metodico e riflessivo Gian Tomaso Liverani de La Salita, uomo colto e raffinato, conoscitore di lingue straniere, divenuto famoso per la prima mostra in assoluto con animali vivi e impagliati di Richard Serra (1966), che influenzò fortemente il panorama romano, in particolare gli artisti Jannis Kounellis e Gino De Dominicis. Si stava così chiudendo così quella stagione culturale e mondana del padre padrone dell’arte nuova, quel genialoide di Plinio De Martiis, che per quindici anni, con la sua galleria “La Tartaruga” aveva dominato la scena artistica romana. “La Tartaruga,” aperta nel 1953, in Via del Babuino, con sua moglie Ninì Pirandello (nipote del grande drammaturgo) in cui avevano esposto, primissimi in Europa, Mark Rothko, Willem De Kooning, Franz Kline, Sam Francis e Andy Warhol, Cy Twombly; mostre realizzate grazie alla loro amicizia con Leo Castelli. Il declino di Plinio fu anche accompagnato o determinato dalla sorte incredibile della moglie Ninì, che per il capodanno del 1970 diede una festa mitica, invitando tutta la Roma dell’arte e della cultura, pare circa 400 persone, con cui lei affettuosamente brindò e salutò a mezzanotte per poi subito gettarsi dalla sua finestra del quarto piano a Piazza del Popolo.
Questo episodio contribuì anche ad allontanare per un certo tempo Plinio De Martiis dalla galleria e dai suoi artisti, che aveva sempre gestito con metodi autocratici poi diventati insofferenti. Pur essendo un pessimo mercante, lui stesso lo riconosceva, perché troppo attaccato all’opera che entrava a far parte di una sua collezione ideale. Ricordo che un famoso collezionista di Milano, anche mio amico, Gianni Malabarba, mi diceva che con Plinio era difficilissimo trattare perché non voleva mai separarsi dalle sue opere. Pare che Plinio lo chiamasse al telefono offrendogli lavori particolari ma quando lui arrivava a Roma Plinio si negava ed entrava in crisi al momento di staccarsi dall’opera. Indubbiamente Plinio di natura era un guitto, e come tale si comportava anche in galleria: ottimo fotografo, era stato attore, organizzatore di spettacoli (mi raccontava delle fughe notturne esilaranti con la sua compagnia teatrale da certi alberghi di provincia per non dover pagare il conto): poi spinto da amici, in particolare Mafai, si era trovato a fare il mercante d’arte per loro. Ruolo che interpretò brillantemente per alcuni anni, perché Plinio era brillante, ironico, ottimo osservatore e con chi voleva lui, uomo di spirito. Anche se permaloso che più non si può. Vedeva nemici, avversari e spie dappertutto. Era sospettoso in modo irreversibile. Una volta, mentre c’era Marcel Duchamp in galleria, con Gianfranco Baruchello e altri, io mi permisi di sfogliare Art International che era sul tavolo ma lui, con gesto stizzoso e di fronte a tutti, compreso Duchamp che sorrideva come sempre, me lo tolse dalle mani e lo rimise sul tavolo. Gesto irrazionale di un uomo arrogante con gli sconosciuti. In seguito diventammo amici e quell’episodio fu dimenticato.
Nel frattempo, dopo la morte della moglie, anche per uscire dall’incubo della tragedia, aprì un ristorante molto particolare ed ambizioso, con grandi prospettive secondo lui, il Privé, in società con Marcello Mastroianni e Ugo Tognazzi. Le prospettive erano buone e per un po’ il Privé divenne un luogo di culto, vicinissimo a Piazza del Popolo, ideale location per attori, produttori, aspiranti registi e attrici in cerca di gloria. Io alle sette del pomeriggio vi incontravo Gino De Dominicis, Vettor Pisani, Emilio Prini che immancabilmente si davano un silenzioso appuntamento per quell’ora in quel bar. Ed era curioso incontrarli perché ognuno girava le spalle all’altro, per non doversi guardare. E si parlavano attraverso il barman a cui chiedevano: puoi riferire all’imbecille alle mie spalle che sta dicendo solo cazzate. E di risposta: puoi spiegare al mio interlocutore che lui non è un vero artista? E così via, tra un insulto e l’altro, per buona parte della serata. Poi verso le 19 tutti si alzavano per recarsi altrove e prepararsi alla serata. “Fratelli coltelli” direi, ma anche indivisibili. A Roma non comunicavano con nessun altro. Ma tra loro volavano solo insulti. Invece Fabio Sargentini, sull’esempio delle nuove gallerie americane, per dare un addio definitivo alla pittura e dopo la mostra dei cavalli di Kounellis e dello Zodiaco di De Dominicis, allagò addirittura lo spazio che aveva ricavato in un garage di via Beccaria. Con tale intervento Sargentini aveva scelto l’en plein air oppure luoghi diversamente deputati: per le sue gite in barca con gli artisti sul Tevere, per le danze di Trisha Brown, per i concerti di La Monte Young.
Nel frattempo però a Roma era nata un’altra galleria, non di tendenza ma di buona qualità: l’Arco d’Alibert e poi Studio Mara Coccia.
Dove nel marzo del 1968, su invito della stessa Mara Coccia ebbe luogo la mostra Il Percorso, con Anselmo, Boetti, Merz, Mondino, Nespolo, Paolini, Piacentino, Pistoletto e Zorio. Una mostra che non si può definire di Arte Povera ma molto vicina. E comunque rivelatrice delle diverse pulsioni nell’arte torinese di quel momento. Mi pare che in quell’occasione Michelangelo Pistoletto incontrò e conobbe Maria, assistente di Mara Coccia: incontro fatale che dura felicemente ancora oggi, con Maria moglie, guida, collaboratrice, ispiratrice del grande Michelangelo Pistoletto. Credo sia stato il più bell’incontro di Michelangelo in una galleria d’arte. Il contatto fruttuoso tra Roma e Torino era stabilito. Ma intanto in silenzio, annunciato dagli amici (es. Filiberto Menna), era arrivato a Roma il poeta visivo di Caggiano, provincia di Salerno, Achille Bonito Oliva. Su cui ritorneremo.

Giancarlo Politi