Recensioni /

Emilio Isgrò Casa Museo Osvaldo Licini / Monte Vidon Corrado (FM)

Ironica e irriverente, provocatoria e in molti casi contraria ai comportamenti o ai principi regolatori di una società dominata da un pernicioso conformismo che ottunde la ragione, la cancellatura di Emilio Isgrò è a Monte Vidon Corrado negli spazi della Casa Museo Osvaldo Licini per creare un percorso suggestivo tra passato e presente, tra mito e storia, tra oblio e memoria.Inteso in tutte le sue varie accezioni (come elemento grafico, come senso immediato e come missiva che ha tanti destinatari ma ritorna inevitabilmente al mittente), il titolo della mostra, “Lettere”, curata da Marco Bazzini e Daniela Simoni invita a una lettura trasversale, capace di coniugare due sguardi, di dar vita a una conversazione creativa tra l’artista degli angeli ribelli e il padre di un pensiero che ha voluto cancellare per ricordare.
Divisa tra il Centro Studi e la Casa Museo l’opera di Isgrò è, in questo percorso fatto di cortocircuiti, di sconfinamenti, di ibridazioni, di parole e di pensieri quotidiani, racconto dove la parola azzera la distanza tra i due artisti per generare contatti, connessioni, gustose fantasie d’avvicinamento. Se nel Centro Studi alcune opere di Isgrò dialogano con quelle di Licini – tra queste ci sono Il modello del dubbio permanente (2013), la Cancellatura a Elisa (1984), Il Go (1972), l’Enciclopedia Treccani Vol. XX (1970) – per creare una duplice atmosfera riflessiva e offrire al pubblico alcuni apparati didattici mediante i quali apprezzare due poetiche legate al filo del fare e al pensiero sul fare, nella Casa Museo il percorso si fa sonoro, squillante, argentino: e richiama alla memoria quel gioco proposto da Mozart con Der spiegel (Duett für zvei Violinen), partitura che può essere letta da ambedue le parti dello spartito e che permette ai due violini di posizionarsi comodamente l’un di fronte l’altro. Qui Merda (1950) di Licini, un mare bluastro accarezzato da un cielo azzurrino, è raffinatezza ironica, visione optofonetica.
Nelle vecchie cantine, ristrutturate e adibite a spazio espositivo, la scena è tutta dedicata a Isgrò, al suo itinerario intellettuale, a una grammatica – nel percorso ci sono Annarita (1973) e la Storia rossa (1979) – che non smette di “proteggersi dall’arte e dalla pioggia”.

Antonello Tolve