Recensioni /

Carla Accardi Minini / Milano – Brescia

Le due mostre di Carla Accardi in contemporanea da Francesca e da Massimo Minini, a Milano e a Brescia, ribadiscono la centralità di una figura che, definita come la “signora dell’astrattismo italiano”, ha esercitato una durevole influenza ben al di là dei confini di una singola corrente pittorica: i suoi lavori hanno infatti sollecitato l’attenzione di più generazioni di artisti e sparso suggestioni poi sviluppate in ambiti diversi, dall’Arte povera al graffitismo.A partire dai tardi anni Quaranta fino alla sua scomparsa nel 2014, l’artista siciliana, romana di adozione, ha dato vita a un’instancabile ricerca sul segno-colore, sperimentando nuovi materiali – dalle vernici luminescenti agli sfondi trasparenti – invadendo e trasformando lo spazio circostante con le sue “tende” e le sue “lampade”, abbandonando la superficie della tela per poi farvi ritorno con idee e soluzioni sempre nuove e sempre coerenti. Le opere in mostra sono state scelte in collaborazione con l’archivio Accardi Sanfilippo di Roma, e ben documentano l’ampiezza di respiro di un percorso oggi più che mai attuale.
All’ingresso della galleria milanese, attraversando il Pavimento (2009-2010), una sorta di scacchiera in nero e grigio ritmata da inserti segnici in grigio e bianco, ci troviamo subito incorporati nella realtà fisica di un “quadro” i cui motivi possono essere percorsi e camminati oltre che percepiti con la vista. Vista che si trova al contempo sfidata e sollecitata, volgendosi di lato, dal contrasto presente in Bianco Nero (2004), una partitura di segni candidi che, come un arcaico alfabeto di lunule e bastoni uncinati, si staglia perentoriamente sul fondo scuro. Se questo dipinto (in realtà un dittico con i telai accostati) ci riporta alla memoria la scelta operata dall’artista negli anni Cinquanta con il temporaneo abbandono del colore. Sull’altra parete ecco invece posizionarsi specularmente, come un doppelgänger rutilante e fantasmagorico, Giallo Rosa (2004), che ci catapulta nel vivo della maestria cromatica di Accardi, forse al suo culmine proprio nei lavori degli ultimi anni. Ci addentriamo così in una selva incantata di cifre modulate nella carne stessa del colore, ora essenziali e austere ora munite di curvature e virgole, quasi arabescate sulla superficie della tela. Si distinguono in questo concerto, con uno stacco anche temporale, Due quadrati blu e arancio (1981), in cui è il legno del telaio a essere dipinto, spugnato di tinte diverse, mentre la superficie (non di tela ma di sicofoil, uno dei materiali prediletti dall’artista) si fa trasparente.
Spostandoci a Brescia, il concerto cromatico ricomincia. Posto trasversalmente all’entrata, Armadio inutile (2010), in perspex trasparente, intagliato di segni e schermato da un filtro colorato, ci introduce a quella che si potrebbe definire una sinfonia in verde: attorniati da tre grandi dittici del 2008, sulla cui superficie i segni grafici si snodano ampi e rotondi, come in preda a un moto ondoso, ci troviamo immersi in una luce da aurora boreale, cullati e allo stesso tempo scossi dal ritmo del colore, che nelle diverse declinazioni della bicromia raggiunge il massimo del suo potere incantatorio. Un’altra soluzione nel modulare il rapporto tra segno-colore e superficie di fondo è rappresentata da quei lavori in cui singoli segni cromatici spiccano e si slanciano come da un trampolino sulla trama grezza della tela, a sua volta sagomata in differenti guise, come avviene negli otto elementi di Segni e forme (2007). Un discorso a parte meritano lavori come Rosso blu (1965) e Oro verde su cartone (1966), gouaches su carta che ci riportano indietro nel tempo, in cui il segno si snoda fitto con movenze di alga o si propaga per onde tra loro consonanti: risultati in cui sembra di avvertire veramente i più segreti echi e mormorii di uno spartito cromatico in continua vibrazione.

Alberto Mugnaini