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Linda Fregni Nagler Vistamare / Pescara

Meglio ladro che fotografo: nel titolo del libro di Ando Gilardi, Linda Fregni Nagler ha riconosciuto un motto per descrivere la sua pratica, fondata sulla ricerca, appropriazione e manipolazione di fotografie d’archivio – soprattutto del periodo dal secondo Ottocento alla prima metà del Novecento, prevalentemente anonime e non artistiche.
La personale da Vistamare conferma l’interesse decennale dell’artista nei confronti della scuola fotografica di Yokohama, originata in Giappone all’epoca Meiji (1868-1912). A motivare la sua attenzione è la concentrazione di elementi peculiari come l’iconografia tradizionale, le convenzioni del genere, l’anacronismo, l’obsolescenza, l’esotismo, la natura ibrida fra meccanico e manuale. Le immagini storiche diventano per l’artista un banco di prova su cui saggiare la propria visione. I lavori che ne risultano, realizzati tutti nel corso di quest’anno, prendono in esame due soggetti in particolare: le vedute del monte Fuji e i venditori di fiori (riassunti nel titolo della mostra Hana to Yama, cioè “fiori e montagne”).
Numericamente più consistente, il gruppo dedicato alla montagna simbolo del Giappone si articola in opere singole o riunite in dittici, trittici o polittici di quattro e dieci pezzi che s’interrogano sul tema della serialità, nelle dimensioni spaziali (la variazione dei punti di vista) e temporali. Ri-fotografate, le stampe in gelatina sono quindi colorate a mano; un processo già in atto nell’originale che l’autrice sperimenta qui per la prima volta, facendone il luogo per i suoi sottili interventi: porzioni d’immagine risparmiate a evidenziare alcuni particolari, addizione di elementi estranei (come linee colorate), ridipintura di alcune parti (che evocano difetti di sviluppo).
La sala principale della galleria ospita l’altro ciclo dei venditori di fiori. In questo caso lo straniamento è dettato dalla maggiore scala della stampa, con l’intento di sottolineare la qualità scultorea e l’artificialità di queste figure definite «bouquet ambulanti», cui si abbina il consueto processo di colorazione (limitato al singolo protagonista).
Sottolineandone la dimensione materiale, l’artista conduce un’investigazione sulla natura del medium fotografico, esplorandone lo statuto ambiguo, le convenzioni che soggiacciono alla rappresentazione, la questione dell’autorialità e aprendone i bordi verso altre discipline. La sua fotografia suona oggi, nell’era della riproducibilità digitale, come un invito a guardare e un tentativo di rendere visibile.

Simone Ciglia