Amarcord /

Francesco Bonami

Francesco Bonami lo conosco bene e da un po’ di tempo. Forse dal 1985, cioè da trentatré anni, allorché lui, pittore in erba, condivideva lo studio, qui a Milano, con l’artista australiano Dale Frank, ed esponeva da Cannaviello e con la Galleria Vivita di Camillo d’Afflitto a Firenze.
La mostra più significativa a cui partecipò Francesco (oltre alla personale presentata da Angela Vettese, nella stessa galleria) fu Stazione Centrale, insieme ad altri artisti approdati a Milano ovvero: Arcangelo, Gaetano Grillo, Natà e Marco Nereo Rotelli, appunto da Cannaviello. Il suo lavoro, abbastanza gradevole, si poteva definire una appendice naïf della Transavanguardia. Francesco per tentare maggior fortuna si era trasferito a Milano da Firenze, dove aveva frequentato il Liceo Artistico locale e aveva esposto, come già accennato da Vivita, una galleria tra le più vivaci della Firenze degli anni Ottanta, galleria successivamente chiusa per una esplosiva tragedia familiare. La moglie di D’Afflitto, in un momento di forte depressione, sgozzò il proprio bellissimo bambino che amava alla follia, condannandosi all’ospedale psichiatrico e alla infelicità. Camillo d’Afflitto chiuse la galleria e si trasferì a Parigi. Francesco, rimasto vedovo della sua galleria di riferimento, iniziò a gravitare su Milano, condividendo un grande studio, disadorno ma funzionale, con l’artista australiano, Dale Frank venuto anche lui a cercar fortuna nella Milano di allora, molto più promettente della Milano di oggi e che noi frequentavamo. Ma il nostro Checco, così lo chiamano gli amici fiorentini, non ebbe molta fortuna nella città della Madonnina, ancora devastata dallo tsunami della Transavanguardia e per un po’ lo persi di vista.

Nuovo incontro con Francesco Bonami da Christies a New York

Lo ritrovai incidentalmente a un’asta da Christie’s a New York, mi pare nell’autunno 1988. Si era trasferito a New York, perché nel frattempo aveva felicemente sposato Lina Bertucci, bravissima fotografa greco-americana e apprezzata insegnante di fotografia, molto amica anche di Shirin Neshat, a cui la generosa Lina diede più di un suggerimento tecnico che contribuì al successo di Shirin. Ma anche Lina mi pare che oggi si stia affermando come fotografa emergente.
Da Christie’s quella sera trovai un Bonami un po’ spento, forse frustrato. Mi disse, ma senza troppa convinzione, che stava realizzando alcuni video ed era in cerca di una galleria. Credo che a New York avesse partecipato a una mostra collettiva alla Sharpe Gallery, una piccola galleria nell’East Village. Mi accennò anche che collaborava con la rivista fiorentina Mercato dell’arte, nata da una scissione con Il Giornale dell’Arte, e veniva retribuito con cinquantamila lire (circa venticinque euro di oggi, ma allora le cinquantamila valevano di più: un’ottima cena in un buon ristorante) per ogni report pubblicato sul mercato. La rivista, che non ho mai visto, non ebbe grande seguito e credo scomparve ben presto.
In quell’occasione, da Christie’s, (io come sempre ero insieme a Helena Kontova) Francesco era in compagnia dello specialista di mercato Judd Tully, generoso animatore dell’underground newyorchese. Dopo i primi convenevoli, Checco mi chiese di poter collaborare a Flash Art. Né io né Helena conoscevamo il Bonami come probabile critico né conoscevamo la sua capacità di scrittura, ma io ho sempre amato le sfide e poi, personalmente, con il mio inglese non proprio da Harward, ero lieto di avere un italiano come interlocutore a New York, per coordinare il gruppo di corrispondenti americani. Ricordo che Helena non era entusiasta della scelta, perché non apprezzava la mia frequentazione con italiani all’estero: lei preferiva interloquire con artisti e critici del luogo (come Douglas Crimp, Peter Halley, Thomas Lawson, Bob Nickas, Robert Longo, David Salle, Sherry Levine, Richard Prince, Cindy Sherman, Nicolas Moufferage, poco dopo morto di Aids), secondo lei più idonei a interpretare il clima culturale della New York post Village. Infatti, il ruolo di coordinatore di Flash Art poco prima era stato affidato a Michael Kohn, brillante critico proveniente da Los Angeles e ora affermato mercante e gallerista di L.A. Prima ancora il nostro American Editor era stato Jeffrey Deitch, perché a quei tempi la collaborazione a Flash Art rappresentava un punto di arrivo, figuriamoci essere nominato US Editor. Diventavi un riferimento per il mondo dell’arte.

Motivi di famiglia: ovvero l’artista italiano è mammone

Così, Checco, dapprima semplice coordinatore dei vari collaboratori americani, ai quali su nostra indicazione chiedeva articoli o recensioni, gradualmente iniziò anche a scrivere brevi articoli e recensioni soprattutto per Flash Art Italia. Ricordo un suo curioso testo sugli artisti italiani cosiddetti mammoni, dal titolo Motivi di famiglia, in cui analizzava la condizione dei giovani artisti in Italia, protetti dalla mamma e da una rete di solidarietà, fatta di parenti, amici, conoscenti, collezionisti della Brianza. Erano anni quelli in cui in Italia numerosi artisti, soprattutto i non eccelsi, scambiavano gli studi e i pasti con ristoranti per un mese o anche per un anno, in cambio di uno o più quadri. Ricordo alcuni amici artisti di allora che mi invitavano in noti ristoranti con i loro quadri appesi alle pareti. Ristoranti che non mi sarei potuto permettere se avessi dovuto pagare. Famosi furono gli studi assegnati a Sesto San Giovanni da un collezionista locale, a Castellani, Bonalumi, Fabro, Nagasawa in cambio di opere. Da quell’esempio si svilupparono ondate di mecenatismo sotto ogni forma.
Quel bellissimo articolo di Bonami, Motivi di Famiglia, era preceduto da due brevi citazioni: la prima di Gregorio Magnani, (allora promettente critico che aveva anche lavorato in Flash Art, poi buon gallerista a Londra, ora curatore della Fondazione Ratti) che in un articolo su Arts Magazine, Una nuova generazione di artisti italiani, scriveva: “Verrebbe la voglia di dire, iniziando un articolo come questo, che la nuova arte italiana non esiste ancora”. Una chicca invece la citazione di una barzelletta che il Bonami riporta appunto in apertura del suo testo sull’arte italiana: “Si sono riuniti a Londra un gruppo di antropologi provenienti da tutto il mondo, allo scopo di stabilire una volta per tutte la nazionalità di Gesù Cristo. Dopo due settimane di intenso dibattito, gli studiosi sono giunti unanimamente alla conclusione che il Cristo non poteva che essere italiano. Tra le prove: 1) Solo un italiano vive con la madre sino a trentatré anni. 2) Solo un italiano può essere convinto che la propria madre sia vergine. 3) Solo la madre di un italiano può credere che il proprio figlio sia un Dio”.
Francesco a quei tempi non aveva una grande dimestichezza con le principali gallerie di New York. Allora insieme, in giro per Manhattan, andavamo da Paula Cooper, Barbara Gladstone, 303, Tony Shafrazi e da tutte le gallerie allora più propositive e con cui noi eravamo in rapporti di amicizia da tempo. Allora Flash Art, a New York, era considerata la rivista più fresca e informata, la più trendy. E poi allora l’Europa e il “Made in Italy” erano oggetto di grande ammirazione. Negli anni Sessanta e anche successivamente un artista americano per essere accettato a New York doveva aver superato l’esame Europa. Da qui, l’assalto di tutti i giovani talenti americani di fine anni Sessanta (Sol LeWitt, Bruce Nauman, Richard Serra, Dan Flavin, Carl Andre, Joseph Kosuth) alle gallerie europee come Konrad Fischer, Franco Toselli, Françoise Lambert, Lisson, Yvon Lambert, ecc.
Se si sfogliano i numeri di Flash Art degli anni Ottanta, ci appare ai nostri occhi un panorama ricchissimo e vivace. Da Keith Haring a Jean Michel Basquiat poi Julian Schnabel, Jeff Koons, Peter Halley, David Salle, Philip Taaffe, Ashley Bickerton ecc. Per cui quando Helena e io entravamo in una galleria, era un fervore di entusiasmo, tra complimenti abbracci e baci. Che in alcuni casi perdura ancora.

Francesco Bonami. Ritratto di Lina Bertucci.
Francesco Bonami. Ritratto di Lina Bertucci.

Francesco Bonami cresce come American Editor

Il bravo Checco allora, mentre coordinava il lavoro dei nostri corrispondenti, iniziò anche a scrivere, soprattutto per Flash Art Italia, perché il suo inglese allora non gli permetteva di essere autonomo nella scrittura. Però intanto, a nome di Flash Art, frequentava Istituzioni, gallerie, artisti, e critici autorevoli. Ricordo anche che io e Helena in quegli anni fummo invitati a Pechino ma chiedemmo a Francesco di prendere il nostro posto. Così anche per altri viaggi. Intanto lui, bravissimo, tesseva una rete di contatti personali importanti. In breve lo nominammo American Editor di Flash Art e si sa, in America i titoli e le cariche hanno un valore diverso che in Italia. Negli USA la gente ti considera e ti prende sul serio anche solo grazie al titolo o al ruolo che svolgi, salvo poi a scaricarti se deludi. Ricordo che mi capitò tra le mani un biglietto da visita di tal Mr. Johnson, procuratomi proprio da Francesco, presidente di una compagnia di noleggio di cellulari. Mi recai al suo ufficio, per stipulare un contratto e ritirare il cellulare, ero anche leggermente intimidito al pensiero di incontrarmi con il presidente di quell’azienda. L’ufficio era un buco di due metri per tre e il presidente, quando entrai, stava giocando da solo al mini golf allestito all’angolo del suo ufficio, che comprendeva anche un tavolo di un metro per cinquanta e una sola sedia. Senza capire molto, sottoscrissi un contratto che mi costò una fortuna: circa cinquemila dollari per una settimana. Una vera truffa. Anche se all’epoca i cellulari erano rari e costosissimi. Francesco era molto attivo, frequentava artisti, gallerie, collaboratori, ma soprattutto party, luogo principe per intessere relazioni di lavoro, personali o sentimentali. E anche oggi credo sia così. Ricordo che lui era molto meticoloso nel rapporto con critici e artisti e la collaborazione funzionava alla perfezione. Flash Art andava a gonfie vele e con essa cresceva la considerazione e la stima di tutti per Francesco che ormai veniva identificato con la rivista. Un fiorentino sagace, informato, dal sorriso pronto e disponibile, al punto che alla Biennale di Venezia del 1993, nella rassegna internazionale per i giovani artisti “Aperto” affidata a Helena Kontova, Francesco fu invitato come co-curatore insieme ad altri, con grande risentimento di Bonito Oliva che non lo voleva. Invece io e Helena avevamo notato che Francesco aveva un buon occhio per gli artisti, infatti la sua sezione ad Aperto ’93 (con Maurizio Cattelan, Damien Hirst, Rudolf Stingel) fu molto intuitiva e risultò una delle migliori. Anche in seguito e sino ad ora, Francesco ha dimostrato di avere un ottimo occhio per gli artisti, come pochissimi altri curatori. Storico il suo sodalizio con Rudolf Stingel, che credo sia stato un trampolino di lancio per entrambi. A Venezia, durante Aperto, Patrizia Re Rebaudengo chiese il recapito di Francesco a Helena: in tal modo entrarono in contatto. E da lì iniziò la brillante carriera curatoriale di Francesco, con la sua grande lucidità, occhio e intelligenza, ma anche un cinismo raro. Lui mi ricorda il miglior Matteo Renzi, suo conterraneo. Francesco organizzò qui a Milano una mostra a Palazzo Reale “Addio Anni 70”, molto discussa. Non incontrò né interpellò alcun protagonista di allora (es. Franco Toselli o Giorgio Colombo, Françoise Lambert o Luciano Inga-Pin, reali protagonisti di quegli anni) che potevano dargli giuste indicazioni. Credo che affidò il compito a una collaboratrice troppo giovane per conoscere quegli anni mentre lui se ne stava al Museo di Chicago di cui era diventato curatore. Lo stesso avvenne in una mostra sulla pittura italiana a Villa Manin, a Passariano, in provincia di Udine, di cui Francesco fu direttore per alcuni anni, assistito da Sarah Cosulich Canarutto, che in realtà gestiva tutto, mentre lui intanto se ne stava sempre nella sua Chicago. Una mostra con numerosi pittori italiani giovani che in realtà si dimostrò modesta. Però grazie a Francesco, Villa Manin ebbe il suo quarto d’ora di notorietà, perché Bonami è molto abile nel confezionare le mostre (a parte ripeto “Addio Anni 70” a Palazzo Reale).
A differenza dei suoi colleghi (con l’eccezione di Massimiliano Gioni. che lavora su concetti totalmente opposti a quelli di Bonami) una mostra di Francesco non è mai banale, c’è sempre uno sguardo trasversale curioso o una inclusione o esclusione inconsuete (vedi “Italics”, a Palazzo Grassi nel 2008, bellissima mostra con presenze e risvolti inaspettati anche per chi conosce bene l’arte italiana).Ho intravisto Francesco ad Art Basel quest’anno, nello stand di Gagosian, con un completo di pregio color cammello, però senza il Panama, come usano gli uomini di successo in USA, che discuteva animatamente con lo staff del grande gallerista. Ora Francesco, che abita stabilmente a Milano, ha quasi smesso gli abiti del curatore. È più orientato, giustamente, verso il mercato (nota la sua aperta collaborazione con la casa d’aste Phillips), in attesa di colpi grossi. Che certamente arriveranno, perché Francesco è senza dubbio uno dei migliori curatori oggi in circolazione: forte senso dello Zeitgeist, grande occhio per la qualità delle opere, propensione al coup de foudre che in una grande mostra non guasta. Ora Francesco vive serenamente la sua terza età, tra Milano e Forte dei Marmi, facendo, come mi diceva recentemente, il nonno della sua seconda figlia che ha sei anni, nata dalla seconda moglie. Qualche tempo fa mi confessò che, in privato e senza alcuna pretesa ma con molto piacere, continua a dipingere. Ottima ginnastica pensai io e lo ritenni fortunato di possedere questa qualità e desiderio, seppure in modo amatoriale. Qualità che io non possiedo affatto, oppure che ho messo a tacere, perché nella mia prima giovinezza ho avuto anche io una breve esperienza come pittore.

Cosa sarebbe successo a Francesco Bonami senza Flash Art?

Talvolta mi chiedo (visto che Francesco nelle sue biografie omette ostentatamente di essere stato American Editor di Flash Art per sette anni, fondamentali per lui), se io nel 1987 non mi fossi recato, per pura curiosità all’Asta di Christie’s, dove incontrai casualmente Francesco, come sarebbe stata la sua carriera? Avrebbe impiegato più tempo per diventare Bonami e attraverso quali vie? Oppure sarebbe rimasto impastoiato nell’anonimato di New York che risucchia tante bellissime intelligenze che non sono riuscite a prendere al volo un treno in corsa? È una domanda che talvolta Helena e io ci poniamo, visto poi come sono andate le cose, riflettendo sul fatto che gli American Editor di Flash Art sono stati, nell’ordine che segue: Jeffrey Deitch, protagonista del sistema dell’arte americano e internazionale, Michael Kohn, gallerista e mercante rilevante di Los Angeles, Francesco Bonami di cui abbiamo parlato sino ad ora, Massimiliano Gioni, brillanissimo curatore internazionale e senior curator del New Museum, Andrea Bellini, già direttore di Artissima, di Rivoli e ora del Centro di Arte Contemporanea di Ginevra, Nicola Trezzi, ora direttore del CCA, Centro dell’Arte Contemporanea a Tel Aviv, uno dei migliori spazi in Israele. Per loro Flash Art qualcosa deve pur aver significato. È mai possibile che tutti, ma proprio tutti i nostri American Editor da sconosciuti siano diventati delle stelle nei rispettivi ruoli? Qualcosa per loro forse Flash Art ha significato. Anche chi ha lavorato per Flash Art Italia ottenendo poi buoni risultati, compatibilmente alle possibilità del paese: Giacinto di Pietrantonio, Gianfranco Maraniello, Roberto Pinto, Emanuela De Cecco, Barbara Casavecchia, Elio Grazioli, Sergio Risaliti ecc. Anche se, qualcuno di loro per chissà quale motivo, cerca di cancellare le tracce d questa collaborazione. Come i gatti che cercano di nascondere i propri escrementi.

Giancarlo Politi