Recensioni /

Francesca Grilli Umberto Di Marino / Napoli

Abdelmalek Sayad in La doppia assenza descriveva il migrante come colui che diviene assente sia dal suo paese di origine sia da quello in cui risiede, trovandosi lontano dalla sua cultura di provenienza e soprattutto, ancora estraneo (e forse in parte lo sarà sempre) a quella del paese d’elezione. Il destino è quello di divenire un non-soggetto sociale, risultato di un compromesso fra una doppia negazione.
NaOH (sigla che sta ad indicare l’idrossido di sodio, base dei più comuni detergenti) è il titolo della personale di Francesca Grilli presso la galleria Umberto Di Marino a Napoli. L’artista prende spunto da una delle operazioni che fanno parte della trafila burocratica e “igienica” che vivono gli immigranti in Belgio (paese dove Grilli vive): infatti, al loro arrivo, il governo belga li dota di un kit con alcuni indumenti basici, insieme a un panetto di sapone.
L’artista ha coniugato intorno alla procedura di igiene personale a cui gli immigrati sono sottoposti, la metafora del processo di perdita identitaria che vivono, dove il sapone diventa oggetto di catessi su cui sono investite le forze emotive e intellettuali del processo identitario del migrante.
La prima sala ospita la serie dal titolo KOH (2018), blocchi di sapone insieme a tavole di zinco precedentemente trattate con l’idrossido di sodio: tale processo le fa perdere la loro capacità specchiante e quindi la possibilità di riconoscersi nel loro riflesso.
La sala successiva afferma la gravità di questo percorso di spossessamento identitario, con una serie di piccole sculture in bronzo raffiguranti gli elementi del corredo del kit d’accoglienza. Oggetti di uso quotidiano ma tutti segnati dal passaggio invisibile dei loro possessori, come nel caso di Soap (2018) dove il sapone afferma la sua oggettivazione a valore simbolico, rivelando l’impronta di chi l’ha usato e quindi il passaggio di una identità in divenire.
Il percorso espositivo si conclude con un video, Connatural (2018), in cui l’artista descrive, o forse auspica, un necessario processo di anticatessi corporeo, dove l’atto dello sfregamento, messo in scena da un performer, progressivamente si trasforma in battito e quindi in quel rituale di riappropriazione identitaria frutto di una reale integrazione culturale.

Maria Teresa Annarumma