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Volcano Extravaganza 2018 / Stromboli

“Quod non est in actis, non est in mundo”: ciò che non viene messo agli atti, non esiste nel mondo. Le parole pronunciate da Filippo II, re di una Spagna all’apice dell’impero coloniale nel Sedicesimo secolo, si prestano a forzare l’insularità dell’esperienza di Volcano Extravaganza. “Total Anastrophes” è l’ottava edizione di un festival dell’arte offerto e ospitato da Fiorucci Art Trust sull’isola di Stromboli. Da sempre curato da Milovan Farronato, quest’anno è co-condotto dall’artista inglese Runa Islam, la cui pratica come artista e filmmaker può essere inscritta, semanticamente, in un orizzonte di fuggevolezza dello sguardo e incantamenti meta-cinematografici.
Mutabilità, impermanenza e precarietà definiscono struttura e fenomenologia di questa edizione del festival, paragonabile alla natura dell’isola, esposta a regolari fenomeni climatici e a originali turbolenze ctonie che senza sosta modellano e rimodellano la sua immagine. I cambiamenti e le strategie per affrontarli costituiscono il semplice quotidiano di un’esistenza insulare, che non vale la pena registrare in parole e immagini, ma rimane vivido solo nei racconti. Nonostante lo spirito provvisorio, alcune memorie materiali delle precedenti edizioni resistono ancora: tra queste gli affreschi erotici di Camille Henrot che decorano una delle stanze della casa di Nicoletta Fiorucci adagiata sul fianco del Vulcano.
La sempre più effimera natura del manifestarsi artistico, la cooptazione di luoghi diversi, naturali o edificati, se da una parte trasforma la “stravagante” isola in una temporanea “metaxy”¹, dall’altra sembra dare urgenza alla necessità di documentare il rapido accadere della vita e dell’arte durante l’intensità dei giorni del festival.
La documentazione istantanea operata dall’Instagram take over di SAGG_Napoli, ha prodotto feeds veloci da consumarsi dentro e fuori la comunità artistica presente sull’isola; la documentazione audiovisiva da me realizzata verrà montata da Runa Islam e darà adito a una seconda lettura dello “stravagante”. I dipinti di Patrizio di Massimo hanno ironicamente omaggiato i partecipanti, nella tradizione della pittura di corte che mira a sancire ed eternalizzare la memoria di un casato. La mappa mitologica di Malala Andrialavidrazana è un allegorico documento visivo che indica la rotta ai naviganti, mentre attraversano il vestibolo de La Lunatica, un’altra delle case del Trust che hanno ospitato gli eventi. Persino la newsletter giornaliera inoltrata dal Trust ai suoi contatti può essere intesa come un atto di documentazione predittivo e quasi profetico. Missive informative come indicazioni, comandamenti e auspici.
La grazia cangiante e la bellezza impermanente implicano lavoro e fatica. Al di qua della meraviglia notturna dei fuochi artificiali giace la realtà della polvere da sparo. Il sublime quotidiano dell’Extravaganza è il risultato di un occultamento infrastrutturale, di una attività senza posa, perfettamente assimilata dallo scenario che rivela, ancora una volta, una non fortuita attinenza con l’isola, la cui intrinseca attività vulcanica si manifesta in eventi puramente luminosi di notte e interludi sonori di moderata entità durante il giorno². C’è molto lavoro dietro la semplice eleganza. È l’arte della sprezzatura, perfettamente incarnata dallo stesso Farronato, la cui statuaria presenza, sostenuta da sandali dorati dal tacco straordinariamente alto, sembra, sera dopo sera, apparire dalla schiuma del mare³. Ciononostante, solo la fervente operosità diurna rende possibile il glamour della notte.
Combattendo la ruggine, la polvere e l’avanzare del crepuscolo, vengono erette, nel patio de La Lunatica, le strutture-schermo di Tobias Putrih, destinate a ospitare le proiezioni della prima serata e a rimanere issate, presenza rassicurante per marinai, bagnanti e sirene. Le pietre vengono smosse dalla loro naturale dimora per coreografare la cena che Lydia Ourahmane ha preparato, con l’aiuto di Hiba Ismail e Giulio Ceruti, offerta sugli scogli antistanti la terrazza.
Le incessanti prove di voce di Alex Cecchetti, il cui naturale quasi falsetto zittisce persino le cicale pomeridiane, è stata una sofferenza necessaria per la salacità poi donata. Messinscene di seminari, un coro di sonorità cetacee performate nell’oscurità e il racconto di “Taman Shud”, un misterioso cold case australiano drammatizzato da Cecchetti in forma di processione funebre, intercalata dai cantati dal soprano Adonà Moma, sono stati cruciali per la crepuscolare animazione del festival.
Segrete operazioni sottomarine sono state condotte, all’alba e al tramonto, per ancorare, disarmare e rimettere in acqua l’opera sonora, in collaborazione con Nicolas Jaar e Music for two seas di Ourahmane.
Le evocative danze che Cecilia Bengolea ha coreografato e interpretato, hanno richiesto disciplina e allenamento dei corpi coinvolti per poter punteggiare l’oscurità della pietra di lava con guizzi di carne bluastra, quanto la presentazione, presso Casa Falk, della capsule collection di Osman ispirata ai temi del festival, è stata il frutto di paziente cucito e assemblaggio di materiali tra i più disparati. Come in un racconto morale, il risultato di tale sacrificio è trascendentale: non abiti e costumi, ma nuovi esseri sono nati, entità la cui livrea colorata va oltre il funzionalismo naturale e si libera nell’esecuzione di una auto-seduzione ermafrodita, solitaria e altera.
Eye > < Not Eye, lo show di chiusura di Runa Islam, incarna perfettamente il paradigma strutturale di instabilità, ineffabile fenomenologia dell’anastrofe. Un mandala di sabbia nera nella forma del vulcano è stato composto durante il torrido ultimo pomeriggio, schermi trasparenti e specchi vengono istallati. Al tramonto, i suoni di Haroon Mirza, ancora una volta, provocano le condizioni per l’accadere di una cerimonia cinematografica. I proiettori offerti dai partecipanti, trasformati in ieratiche vestali dai prodigiosi panni di Osman, ormai gualciti come pupe al momento della metamorfosi, liberano un territorio filmico di riflessioni e ripetizioni e illuminano il passo alla folla invitata a calpestare i disegni di sabbia per l’ultimo atto di rinnovamento.
Infine, le singing bowls attivate da Nicoletta Fiorucci e Matilde Cerruti Quara ripristinano la calma, riassestando il caos dell’isola in un accettabile e “continentale”cosmo.
Senza sosta, per giorni e notti, tutto è stato fatto, consumato e distrutto. “Ciò è di sicuro molto incerto”, mal traducendo e parafrasando il titolo di un film di Islam, girato sull’isola molti anni fa, ma, senza dubbio, continua ad accadere.

Anna Franceschini

¹ Metaxy (μεταξύ) è il termine greco che descrive lo spazio intermedio tra soggetto e oggetto, dove il reale, trasformandosi in immagine, diviene percepibile. Per una trattazione analitica cfr. Emanuele Coccia, La vita sensibile, Il Mulino, Bologna, 2011.

² Cfr.John Durham Peters, The Marvelous Clouds. Toward a philosophy of elemental media, The University of Chicago Press, Chicago, 2015, pp. 31-38, sul concetto di “infrastrutturalismo”.

³ Riguardo Milovan Farronato come possibile scaturigine di uno spazio mediale insulare, ritorna alla mente un passaggio di Georg Simmel: “L’ornamento e ogni forma di cosmesi, definiscono una sorta di «radioattività umana». Essi producono intorno a chiunque una grande sfera di significato (cfr. Simmel, Fashion, 1957).