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Infrasottile Postmediabooks / 2018

“Quando il fumo del tabacco sente anche della bocca che lo esala, i due odori si sposano per infra-sottile”. Queste le parole di Duchamp apparse in un collage sulla rivista View nel 1945. Solamente altre due volte il termine infrasottile (inframince) apparirà negli scritti e nelle dichiarazioni dell’artista: in una conversazione in cui gli si domandarono chiarimenti sullo stesso collage; e in una lettera a un amico in cui Duchamp avanzò la necessità di compiere “un tentativo di infrasottile”.
Cos’è dunque infrasottile? È un neologismo che sembra indicare quei fenomeni ai limiti della percezione che mostrano il passaggio da uno stato a un altro. Alcuni esempi potrebbero essere il movimento, il vetro, la polvere, il fumo, l’ombra, il ritardo, l’anticipo. L’infrasottile espone le materie ma anche l’esperienza stessa ed è – fondamentale specificarlo – immanente al reale, in quanto interno alle forme del sensibile.
Elio Grazioli nel saggio Infrasottile utilizza il termine come bussola per orientarsi (e far orientare il lettore) attraverso alcune delle principali manifestazioni artistiche degli ultimi decenni e selezionando artisti in grado “di vedere e di mostrare diversamente la realtà”. Per farlo individua delle sottocategorie compartimentali, tra cui la ripetizione, la serie, la copia, la tautologia, la citazione, la simulazione e il remake.
Ad esempio infrasottili sono gli interventi ambientali ai limiti della percezione di Michael Asher (nel 1974 alla galleria Claire Copley di Los Angeles ha proposto unicamente l’abbattimento del muro divisorio tra ufficio e spazio espositivo) e i lavori di Robert Barry con i gas inerti (1969), così come le sue trasmissioni telepatiche. Ma è infrasottile anche il celebre re-enactment di Jeremy Deller, The Battle of Orgreave (2001) nel quale l’artista inglese rimetteva in scena il violento scontro tra poliziotti e minatori avvenuto nel 1984 – qui, secondo Grazioli, la reinterpretazione implica infrasottilmente la sovrapposizione di due tempi, il passato e il presente.
Sul fronte italiano (oltre a Paolini, De Dominicis e Anselmo) gli artisti menzionati sembrano essere uniti da un legame con la memoria, storica o personale, e dalle micronarrazioni lette da sguardi sempre trasversali. Ecco allora i lavori fotografici di Alessandra Spranzi (in Vendesi, 2007 – in corso, l’artista rifotografa oggetti pubblicati in annunci di vendita di ogni sorta, dando vita a immagini vernacolari dove l’utilitarismo è annullato) e i tentativi di sparizione (volontaria e necessaria) di Amedeo Martegani che in lavori come Dissolversi, disperdersi, sparire (1994) ha rifiutato nettamente qualsiasi mitizzazione ed esibizionismo. Afferma Martegani: “L’abilità sta nella fusione di due mondi: l’impero dell’impegno e della storia con l’accadere panico dei giorni e degli accidenti; il talento è costruire un senso senza mostrare di preoccuparsene”.

Giulia Gregnanin