Amarcord /

Sandro Chia

Richard Serra a Roma

Nel maggio 1966, a Roma, la galleria La Salita di Gian Tomaso Liverani espone, con grande scandalo dell’epoca, animali vivi e impagliati di Richard Serra. La mostra, dal titolo “Animal habitats live and stuffed… desta grande attenzione ma anche polemiche e dibattiti in tutto il paese; mi pare anche che la galleria fu chiusa per alcuni giorni. Ma, ormai il dado era tratto. Artisti, critici, storici dell’arte avevano visto la mostra e qualcosa, di positivo o di negativo, si accese nella testa di tutti noi.

Richard Serra viveva a Firenze allora, insieme a sua moglie, la bravissima artista post-minimalista Nancy Graves che aveva vinto una borsa di studio Fulbright di due anni in Europa (la stessa borsa di studio che fece arrivare in Italia Robert Rauschenberg e Cy Twombly). Nancy e Richard si erano sposati l’anno prima a Parigi. Nancy aveva studiato alla prestigiosa università di Yale con Brice Marden, Chuck Close, Robert Mangold, dove qualche anno prima si era laureato anche Richard Serra. Firenze all’epoca (come è sempre stata, salvo forse tempi recenti) era una città indifferente all’arte contemporanea. C’era una sola galleria propositiva ma che si muoveva a livello amatoriale, la leggendaria Numero, di Fiamma Vigo, che Firenze dovrebbe ricordare, perché da lei passarono tutti gli artisti italiani e stranieri dell’epoca (compresi Burri e Rauschenberg). Ma per gli artisti americani di allora, come appunto Robert Rauschenberg e Cy Twombly, Firenze era una città provinciale dove non si respirava l’arte contemporanea ma prevalevano solo litigi tra artisti guelfi e ghibellini. Forse per questo Firenze non ha mai prodotto un artista di rilievo dal dopoguerra a oggi. Bisognerebbe chiedersi perché. Dunque, per tutti in quel momento il mito era Roma, certamente la città culturalmente più vivace, forse più della Milano di Fontana e Manzoni. A Roma invece operavano alcune gallerie propositive, prima fra tutte l’Obelisco di Gaspero del Corso e Irene Brin (intorno agli anni ’50 e dove espose anche Burri, convinto che Rauschenberg avesse visto la sua mostra e ne avesse subito l’influenza), poi fu la volta de La Tartaruga, primissimo in Italia ad esporre alcuni espressionisti astratti americani (come Rothko e Franz Kline), diretta da un geniale ma problematico Plinio De Martiis, geloso fino all’isteria dei suoi artisti che non voleva condividere con nessuno – e soprattutto non sapeva fare il mercante, peccato non proprio venale per un gallerista. In ogni caso nei primi anni Sessanta in questa galleria si coagulò la famosa “Scuola di Piazza del Popolo” (Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Tano Festa, Franco Angeli, ai quali successivamente si aggiunsero Pino Pascali, Francesco Lo Savio, Sergio Lombardo, Renato Mambor, Jannis Kounellis, Cesare Tacchi, Umberto Bignardi).

Roma caput mundi dell’arte negli anni ‘60

Però questo raggruppamento non piacque ad alcuni artisti (anche perché Plinio era un ottimo gallerista quanto un pessimo mercante, che allontanava addirittura i collezionisti) per cui alcuni di loro preferirono collaborare con le due nuove gallerie maggiormente propositive ed esclusive: La Salita di Gian Tomaso Liverani e l’Attico di Fabio Sargentini, che si andava proponendo come il talent scout del momento. Francesco Lo Savio, Tano Festa e Sergio Lombardo scelsero La Salita, mentre Pino Pascali e Jannis Kounellis (che mi confessò di avere visto gli animali di Serra) scelsero l’Attico. Tra le due gallerie emergenti si stabilì un sano dualismo che portò Roma a diventare la capitale della sperimentazione artistica in Europa. E l’Attico con le primissime mostre di Pino Pascali, Jannis Kounellis e Gino De Dominicis, ma anche con performers e musicisti americani si impose come la galleria di punta nell’Europa di quei tempi. Tempi che durarono poco a causa della morte prematura di Pino Pascali in un incidente di moto, che portò Sargentini a chiudere la galleria di Piazza di Spagna. Per poi riaprirla nel ’69 in via Beccaria, all’interno di un garage, con Jannis Kounellis, e successivamente con Simone Forti, Philip Glass, Steve Reich, Terry Riley e La Monte Young. Il lavoro di ricerca di Fabio Sargentini durò ancora un paio di anni, poi, visto il nomadismo di Kounellis e De Dominicis, si orientò su altri artisti meno propositivi e il mito de L’Attico incominciò a declinare, salvato da improvvise e isolate impennate geniali di Fabio, che con il tempo si era sostituito ai suoi artisti. D’altronde le stagioni di gloria si sa, durano poco, mentre le stagioni in ombra sono lunghissime, spesso eterne. Ma ho parlato di quelle gallerie e di quella stagione a Roma, per introdurre qualche mia considerazione su Sandro Chia, per certi versi, sintomatica dell’artista di oggi.
Sandro Chia, come Rauschenberg, Cy Twombly e Serra, da Firenze dove era nato, aveva capito che se non fosse emigrato altrove, sarebbe finito come tanti suoi promettenti colleghi. Nel vuoto.

Il noioso clima concettuale degli anni ’70 in Italia

Sandro lo avevo incontrato qualche volta nelle varie inaugurazioni ma lo conobbi veramente  in occasione di una sua mostra insieme a Notargiacomo alla galleria La Salita, nel maggio 1971. La mostra di Sandro Chia non era né bella né brutta. Rispecchiava il noioso clima concettuale dell’epoca. E Sandro, grande pittore, come si manifesterà in seguito, come d’altronde Mimmo Paladino, per avere un minimo di visibilità si costrinse a fare ciò che lui odiava di più nella sua vita: l’artista concettuale. Lo rividi ancora nel 1977 a Pescara, da Lucrezia de Domizio, con un’altra poco brillante mostra “Graziosa girevole” in cui incominciavano a emergere disegni figurativi. Poi lui a Roma e io a Milano. Lo persi di vista e lo rividi un paio di anni dopo in una mostra collettiva “Arte Cifra” da Paul Maenz a Colonia (1979) e un’altra ancora in una collettiva di Jean-Christophe Ammann, alla Kunsthalle di Basilea nel 1980. Mostra storica perché segnò approssimativamente la nascita della Transavanguardia ma con l’esclusione di Achille Bonito Oliva che Jean-Christophe non volle in catalogo. Mi pare che fosse il 1979. Il lavoro di Sandro Chia era totalmente cambiato. Era esploso in una pittura sensuale e gioiosa, che ricordava il migliore Novecento italiano. E con lui Mimmo Paladino. Era veramente nata la Transavanguardia, la nuova tendenza pittorica italiana che gettava alle ortiche i noiosi anni ‘70, caratterizzati da un’arte concettuale senza idee né grinta. Era stato Achille Bonito Oliva a coniarne il nome, Transavanguardia, e a coagulare l’interesse su cinque pittori, escludendo tutti gli altri pretendenti. I pittori erano Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino e Nicola De Maria. Molti altri, tra cui Ernesto Tatafiore, Mimmo Germanà, Nino Longobardi, pur lavorando nella stessa direzione, vennero esclusi. E a ragione, perché a lungo termine i cinque, anche sulle ali di un imprevisto successo internazionale, sono risultati i migliori. L’Italia e l’Europa, in parte anche gli USA, erano state costrette per un decennio almeno, a subire il moralismo in bianco e nero dell’arte concettuale. Il fenomeno Transavanguardia esplose in modo ancora oggi inspiegabile e sconvolse il mondo dell’arte. I cinque artisti della Transavanguardia, vezzeggiati e corteggiati da importanti gallerie e mercanti (in Italia Mazzoli, in Europa Bishofberger) e anche Musei, in poco tempo divennero ricchi, famosi e richiesti ovunque. Francesco Clemente visto il successo e le attenzioni scelse subito di trasferirsi a New York, seguito poco dopo da Sandro Chia. Anche Mimmo Paladino fu tentato, acquistò infatti anche un bellissimo appartamento studio, ma poi, giustamente, preferì la tranquillità e l’aria salubre di Paduli, vicino Benevento, dove era nato e dove si è costruito una bellissima abitazione e studio a sua misura, tra gli ulivi e le brezze della collina. Ormai la bomba era scoppiata e lui era diventato una star. Chi lo desiderava sapeva dove trovarlo.
Enzo Cucchi continuò a muoversi brillantemente tra Ancona e Roma, dove aveva ristrutturato a suo uso e consumo un bizzarro loft, mentre Nicola De Maria è sempre rimasto a Torino.

Sandro Chia a New York
Sandro Chia a New York (come d’altronde Francesco Clemente) impazzava. Con i primi sostanziosi guadagni aveva acquistato un enorme edificio di almeno cinque piani a Chelsea, dove abitava e aveva creato il suo studio, su due piani immensi, affittando il resto, pensate un po’, a Larry Gagosian, che stava lentamente trasferendosi, da Los Angeles a New York. Un altro piano era stato affittato alla galleria Baldacci/Daverio che tentò, senza troppo successo, un approccio a New York.
Sandro Chia si dimostrò come sempre un oculatissimo business man, come ha poi confermato anche in Italia con il suo Castello Romitorio a Montalcino, che mi sembra acquistò tramite Giorgio Franchetti, in cambio di opere. Ora Castello Romitorio è diventato un brand che produce anche un ottimo Brunello che Sandro ha saputo portare al successo con grande abilità. E vedo che in qualche enoteca è posto in vendita a 110 euro alla bottiglia. Di nuovo Sandro ha fatto boom.
Il suo massimo momento di successo e visibilità fu una grande mostra in contemporanea tra Sperone e Leo Castelli (allora andavano di moda: Francesco Clemente espose parallelamente da Sperone, Mary Boone e Leo Castelli. Forse mai un artista come lui).
Ricordo di avere incontrato Sandro proprio in quel momento di massima notorietà, alla fiera di Basilea, in compagnia di Gian Enzo Sperone. Mi congratulai con lui per la grande visibilità che aveva in fiera (era sotto i riflettori di decine di gallerie di alto mercato). Sandro e Gian Enzo Sperone passeggiavano, giustamente orgogliosi, per gli stand di Basilea. Ai miei complimenti Gian Enzo mi rispose: “e la prossima volta tocca a Picasso”. Lì per lì non capii. Poi pensai che alludesse all’assalto della fama di Picasso, che Sandro Chia avrebbe soppiantato. Sorpreso, ma non tanto, visto come giravano velocemente le cose, li salutai complimentandomi ancora con loro.

Una gioiosa esperienza nuova: un’intervista in piedi
Poco dopo (o poco prima?) di questo episodio, io e Helena lo intervistammo nel suo studio a New York. A quei tempi, ma forse un po’ sempre, Sandro era molto pieno di sé. Aveva consapevolezza e considerazione dei suoi mezzi e capacità. Ricordo che ci ricevette seduto a un tavolino dello studio e per tutta la durata della chiacchierata non ci invitò nemmeno a sedere. Noi da critici giornalisti scrupolosi in ogni caso portammo a termine una bellissima intervista, che resta ad oggi una delle migliori che abbia mai rilasciato Sandro. In quell’occasione avevamo in mano una copia di Flash Art International con la copertina di Peter Halley. Guardandola in modo sprezzante Sandro disse: “Questo artista tra un anno sarà scomparso”. Certamente, conoscendo bene Peter Halley, non si sarebbe mai espresso in questo modo nemmeno nei confronti di Sandro Chia, all’opposto della sua idea dell’arte. Nel frattempo era accaduto uno spiacevole incidente tra lui e il famoso collezionista Charles Saatchi, allora referente assoluto dell’arte contemporanea, incidente probabilmente dovuto alla eccessiva autostima di entrambi. Charles aveva già aquistato alcune opere di Sandro (l’artista dice 23, mentre Saatchi in una intervista parla di sette). Secondo la versione di Sandro voleva acquistare ancora una o più opere che però l’artista gli negò (forse perché già opzionate). Saatchi, pretenzioso come nessun altro, al rifiuto si offese e uscì sdegnato dallo studio. Poco dopo si seppe che aveva offerto le opere in suo possesso ad Angela Westwater, la gallerista di Sandro negli USA e a Bruno Bischofberger, suo mercante in Europa. Operazione questa, sotto un profilo deontologico, anche corretta, perché Saatchi non buttò sul mercato le opere ma si rivolse ai suoi referenti ufficiali. Eppure la notizia trapelò (per opera di Saatchi?) e Chia ne ebbe ripercussioni immediate sul mercato. Un artista rinnegato (svenduto?) da Charles Saatchi, all’epoca era un bruttissimo segno. Non so quanto realmente questo episodio abbia significato per Sandro Chia, ma una cosa è certa: da quel giorno Sandro subì lentamente una flessione di immagine e di mercato.

Viale del tramonto?
Come spesso avviene nella vita ma sempre nell’arte, il successo non è eterno. E gradualmente la stella di Sandro Chia (e di quasi di tutti gli artisti della Transavanguardia) cominciò a declinare (in compenso prezzi delle bottiglie di Brunello lievitavano). A quei tempi, lo incontravo spesso a New York e poi recentemente a Roma, perché Sandro Chia è un uomo arrogante ma molto intelligente. Da ogni suo incontro se ne esce accresciuti, sempre. Parlando di arte, di politica o di vita. A Roma qualche anno fa, gli chiesi come si sentisse un artista, dopo i grandi trionfi internazionali, ad entrare in un cono d’ombra senza la corte delle grandi gallerie, musei e collezionisti. E lui semplicemente: “Oggi i miei guadagni sono superiori a quelli dei momenti di gloria. Perché se i tuoi prezzi diminuiscono, il mercato si allarga. Mentre prima solo poche gallerie e collezionisti potevano permettersi le mie opere, oggi il mercato si è ampliato a dismisura e vendo felicemente tutta la mia produzione a privati e mercanti anche di provincia, ma umani e simpatici. Da Miami a New York e in Italia il mio mercato, che a voi sembra in ombra, va a gonfie vele”. Bellissimo esempio di pragmatismo e di accettazione della realtà, senza malumori o rimpianti (apparenti). Ho riportato questa esperienza proprio per dimostrare, come ho sempre pensato, che l’arte ha una sola stagione (anche se a volte dopo anni può ripetersi). Poi ci sono sempre i ripescaggi. Anche se oggi le minestre riscaldate non sono molto di moda.

Giancarlo Politi

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