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Marco Petrus MARCA / Catanzaro

Inquadrature di palazzi, agglomerati urbani e scorci prospettici dalla composizione geometria regolare, ideati da campiture piatte e da una visione pura della forma, sono gli elementi caratterizzanti delle trentacinque opere che ripercorrono i quindici anni di attività (dal 2003 al 2017) di Marco Petrus, proposte nella mostra presso il MARCA di Catanzaro.
Come ricorda la curatrice dell’antologica Elena Pontiggia “Petrus ha dipinto l’equilibrio o, più spesso, lo squilibrio in cui siamo immersi. Ha dipinto l’ordine, la capacità costruttiva, la vocazione propositiva, ma anche le torri di Babele che incontriamo nella nostra vita”.
Il percorso espositivo, si muove a ritroso e inizia con una selezione di opere presentate per la prima volta nel 2017, tra cui spicca l’olio su tela M21 (2016), una particolare visione delle Vele di Scampia dove gli errori urbanistici e gli edifici ammassati del quartiere napoletano sono tradotti in un disegno ordinato e levigato. Petrus decontestualizza l’elemento architettonico arrivando a rappresentare, attraverso un processo continuo di stilizzazione e trasfigurazione delle strutture, una sua concezione formale del paesaggio urbano che traduce la “bruttezza” dell’edilizia in forme armoniose ed eleganti.
A seguire si alternano i dipinti della serie Atlas, esposti nel 2014 alla Triennale di Milano, che ruotano attorno alle sue interpretazioni delle possibili geografie architettoniche della “Città ideale” e le opere della serie Dalle Belle Città con diversi “Upside Down” in cui le forme diventano la visione sintetica di un paesaggio che si allontana dal realismo e da un naturalismo narrativo, conducendoci in una geometrizzazione dell’idea stessa della composizione.
La rassegna termina con opere ispirate alle architetture di varie città europee, tra cui Budapest, Lubiana, Praga, Napoli, Madrid e Trieste – un’indagine geografico-simbolica che origina una “mappatura delle arie urbane” con particolare attenzione all’architettura novecentesca e contemporanea, oscillando tra un’idea di quieta tranquillità a una concezione di congestione visiva.
Tutti i lavori in mostra sono accomunati da una sorta di groviglio di cemento in cui l’uomo sembra essere stato bandito, manca anche qualsiasi elemento “irregolare” che offusca o sporca la nostra visione degli edifici: alberi, insegne, cartelloni, semafori, trame di cavi, lampioni, traffico e auto in sosta. Uniche protagoniste di questa visione sono le strutture geometriche, quasi a volerci restituire il silenzio e il ritmo della purezza formale dell’architettura metropolitana.

Giovanni Viceconte