Amarcord /

Jeff Koons

Ho incontrato Jeff Koons nel 1986, a New York, in occasione della sua mostra da Ileana Sonnabend. La mostra non mi piacque; anzi, fu un pugno allo stomaco (purtroppo, talvolta, con l’arte che mi colpisce, in negativo o in positivo, ho reazioni fisiche, di dolore o di piacere). Con me c’era ovviamente Helena, ma anche Giacinto di Pietrantonio, che invece apprezzò subito la mostra e cercò di spiegarmela. Io, poco convinto, tornai a vederla tre volte. E Ileana, ma soprattutto Antonio, il suo braccio destro, rimasero stupiti da tanta frequentazione. Gradualmente questi oggetti kitsch iniziarono a entrare in me. Incominciai a capire il cinismo sentimentale di Koons, il suo desiderio di piacere a tutti, ma proprio a tutti, grazie a messaggi e immagini popolari. Lui sapeva – da grande esperto naturale di marketing – che la gente è attratta da ciò che conosce o frequenta. Sapeva che, per entrare nella coscienza del mondo, doveva essere semplice, anche rischiando il kitsch – e qualche processo legale, essendosi lui appropriato di immagini popolari solo apparentemente anonime e che spesso vedevi in tutte le bancarelle di souvenir.

La International with Monument

Prima della mostra alla Sonnabend, avevo visto – ma allora mi passarono inosservate – alcune opere di Koons alla International with Monument, una galleria meteora che cambiò il volto di New York. International with Monument era un’emanazione dell’East Village, nel senso che raccolse tutto il meglio di quella scena, che si stava invece sgonfiando. Aprì nel 1984 ad opera di tre artisti: Kent Klamen, Meyer Vaisman e sua moglie Elizabeth Koury.

Grazie a Vaisman – pare la vera testa della galleria – in questo luogo nacque la Neo Geo, il movimento che comprendeva Ashley Bickerton, Jeff Koons, Peter Halley, Richard Prince e lo stesso Vaisman. La galleria era autofinanziata, ma Leo Castelli mi confessò che numerose gallerie importanti, tra cui lui e la Sonnabend, contribuivano al finanziamento, considerando International with Monument come un loro vivaio. «Meno costoso che esporre artisti sbagliati» mi disse una volta Castelli. Pensate un po’ quale professionalità e lungimiranza girava per New York a quell’epoca! (Chiedete a dieci gallerie italiane di finanziare una giovane e promettente galleria del Bel Paese da cui poi attingere gli artisti… Si metterebbero a ridere. Loro vogliono essere i veri scopritori degli artisti, i protagonisti dello jus primae noctis.) Ma tornerò presto su questo momento storico: troppi ricordi, alcuni intensi e con personaggi quasi dimenticati per non cercare di recuperarli. Come l’eccentrico ma intelligentissimo Colin de Land, o sua moglie, Pat Hearn (che invitò Helena ad organizzare un bellissimo panel per Flash Art con Koons, Haim Steinback, Peter Nagy, Sherrie Levine, Peter Halley e Philip Taaffe nella sua galleria, diventata la più snob dell’East Village).

Jeff a capo del marketing del MoMA

In questo mio viaggio a New York mi ossessionava sempre di più la figura di Koons al punto che mi aveva tolto il sonno. Chiesi allora a Ileana di conoscerlo e Jeff fu lietissimo di invitarci a cena (c’era con noi anche Christopher Wool, sempre in silenzio e che diventò, poco dopo, anche lui una star dell’arte). Allora scoprimmo un personaggio straordinario, intelligente come nessun altro, con una sensibilità verso la cultura contemporanea eccezionale. Koons veniva da Chicago e subito, per sopravvivere, era approdato a Wall Street come broker (non chiedetemi come abbia fatto un giovane che arriva a New York a diventare broker: mi spiace non averglielo mai chiesto. Ma Jeff ha delle qualità naturali sorprendenti). Lavorava in silenzio, ma era non felice di Wall Street. Si presentò, allora, al MoMA offrendosi come direttore marketing: «Vi faccio decuplicare gli introiti se mi offrite la possibilità di coordinare il vostro marketing. Non chiedo un salario, ma una percentuale sulle nuove entrate generate da me». Affascinati dall’idea e conoscendo alcuni risultati ottenuti da Jeff altrove, il MoMA lo mise alla prova e lui ne rivoluzionò il marketing: location a pagamento per eventi speciali, matrimoni a costi altissimi nel giardino delle sculture, merchandising di alta qualità realizzato con la collaborazione di artisti e designer emergenti e distribuito ovunque, serate speciali per collezionisti e ospiti VIP, cene ad altissimo costo per gli invitati che volevamo incontrare l’artista o la star, ecc. Oggi queste cose fanno ridere, ma all’epoca per la più famosa istituzione museale del mondo, con i suoi ritmi e i suoi conformismi, fu una vera rivoluzione. Pochi lo sanno ma la rinascita del MoMA fu soprattutto opera di Jeff Koons. E Jeff Koons, con le sue innovative idee di marketing, guadagnò i suoi primi milioni di dollari.

Jeff e la sua grande autostima

Anche da quasi sconosciuto, Jeff aveva un’alta considerazione di sé. Ricordo che poco tempo dopo quel primo incontro, nel 1987, a Madrid, in occasione di una mostra curata da Dan Cameron (“Art and Its Double”, al CaixaForum) a cui lui era stato invitato, durante la cena, Jeff di fronte a me e accanto Paul Maenz che mi parlava con (troppo?) fervore di Julian Schnabel, lo vedemmo alzarsi in piedi e come un forsennato gridare: «Basta con Julian Schnabel! Il più grande artista sono io! Julian non è nessuno!» Restammo tutti ammutoliti e pensammo che fosse l’esternazione di un pazzo o di un artista frustrato – o di un ubriaco. Invece Jeff sapeva già di essere Koons. Anche se noi poi ci convincemmo che Jeff aveva bevuto troppo (e infatti era alticcio) e io e Paul finimmo per apprezzare il suo coraggio e la sua autoconvinzione. Al punto che Paul gli chiese scusa, affermando che mai di fronte ad un artista si dovrebbe parlare di un altro artista.

Perché non sono diventato ricco

Ma torniamo a New York. Mentre io cercavo di digerire la cena offertaci da Jeff e il colpo allo stomaco ricevuto, lui ci invitò nel suo appartamento, perché non possedeva (lui disse che all’epoca non ne aveva bisogno) uno studio. L’appartamento che sembrava uno studio dentistico. Sopra un tavolo vidi un suo treno in acciaio inossidabile, della serie Luxury and Degradation (1986). Gli chiesi se me lo poteva vendere, sperando io in un prezzo da amico. «Giancarlo», disse lui, «sarei felice se tu comperassi quest’opera. Il suo prezzo? Ecco la fattura del fonditore. Ti chiedo solo di pagarmi le spese.» La fattura era di quarantacinque mila dollari e in quel momento non li possedevo. Ancora rimpiango la mia mancanza di coraggio e la mia poca dimestichezza con il mercato (soprattutto allora) – anche se in quegli anni con quarantacinque mila dollari si potevano acquistare due bilocali in via Farini. Ringraziai Jeff e gli dissi che in quel momento non disponevo di quella cifra. «Peccato», disse lui, «mi sarebbe piaciuto se tu fossi diventato un mio collezionista». E anche a me dispiacque molto. Allora non lo immaginavo, ma persi l’opportunità di diventare ricco. Nel 2014, infatti, quel trenino è stato battuto all’asta per 33.8 milioni di dollari. «Sono molto bravo negli affari», ho pensato, tra me e me, dopo quella vendita.

Comunque, con Jeff fraternizzammo e diventammo amici. In un mio viaggio successivo lo chiamai per incontrarlo. «Mi spiace, Giancarlo, ma in questo momento sono con il mio trainer». Poi mi confessò che era lo stesso trainer di Madonna. Era il periodo in cui doveva farsi fotografare nudo mentre faceva l’amore con Cicciolina e realizzare le famose opere della serie Made in Heaven esposte poi alla Biennale di Venezia nel 1990. Si stava preparando attraverso una dieta particolare e con un tipo di ginnastica speciale. E ottenne risultati sorprendenti, a vedere le opere – sotto tutti i punti di vista. (Eppure il Viagra entrò in uso solo nel 1998!) La sua professionalità comunque è sconcertante, sotto tutti i punti di vista. Mi ricorda quella del calciatore Ronaldo.

Io sono il solo artista eterno

Jeff si compiaceva di dirmi che era l’unico artista eterno, perché le sue opere erano garantite per un perfetto stato di conservazione, per diecimila anni. «Quale altro artista può durare diecimila anni?» mi diceva. I suoi fornitori erano i migliori in assoluto, gli stessi che costruivano le capsule spaziali. E per le opere in legno ricorreva a una ditta dell’Alto Adige, la migliore del mondo, secondo lui.

Quando gli proposi un’intervista venne espressamente da New York a Milano e vi restò un paio di giorni perché non volle trascurare nulla. Insieme riguardammo anche la trascrizione, che per lui andava benissimo. E resta, anche a suo dire, una delle sue migliori interviste mai rilasciate.

Io e Helena lo abbiamo incontrato recentemente a Firenze, e lui davanti a tutti e accanto al sindaco Nardella ha detto: «Flash Art è la rivista che ha contribuito maggiormente al mio successo» – ribadendo l’affermazione subito dopo in un’intervista con Sergio Risaliti. Quale altro artista avrebbe detto questo? Tutti pronti – artisti, critici e collaboratori – a nascondere le tracce, come fanno i gatti con le loro feci…

Quando era a Milano per l’intervista e si apprestava a sposare Ilona Staller, nel salutarmi, mi disse, guardandomi seriamente fisso negli occhi (e facendomi anche un po’ di paura): «Giancarlo, Ilona è l’ultima vergine». Non ho mai capito cosa intendesse, perché me lo disse in modo estremamente serio e senza alcuna ironia, quasi con rabbia. Non osai approfondire l’argomento – che, a ripensarlo, mi incuriosisce ancora: perché certamente Jeff assegnava alla frase un significato metaforico, che io non ho mai scoperto.

Giancarlo Politi

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