Amarcord /



Fluxus

Tutti (quasi) sanno cosa è Fluxus. Perché sotto il nome e l’egida di Fluxus sono passate molte cose, talvolta le più svariate e lontane dallo spirito vero di Fluxus.
In realtà si tratta di un movimento artistico trasgressivo ma anche ludico che imperversò nel mondo dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70. Ufficialmente il fondatore è stato George Maciunas, nel 1961, ma suoi precedenti si possono rintracciare già in John Cage negli anni ’50 con la sua musica indeterminata e se vogliamo essere degli storici pignoli, addirittura nel gruppo Anti Arte, del 1916, fondato da Marcel Duchamp con Francis Picabia e Man Ray. Dalle loro idee si è sviluppato tutto il filone dell’arte contemporanea che poi andrà sotto il nome di New Dada, cioè Fluxus, Happening, Nouveau Realisme, Performance art, Body Art, ecc.
In Italia Fluxus ha avuto molteplici facce, spesso goliardiche e soprattutto tardive. Il solo conoscitore e studioso serio che abbiamo in Italia, oltre a Germano Celant, è Gianni Emilio Simonetti, lui stesso protagonista di alcuni eventi storici di Fluxus. Come anche Giuseppe Chiari.
Io, insieme a Gino Di Maggio, fummo tra i primissimi (non osiamo dire i primi) in Italia, ad interessarci di Fluxus. Fu a New York, forse nel 1972, allorché con Gino Di Maggio ci mettemmo alla ricerca delle radici e dei reduci di Fluxus. Decidemmo anche di ristampare (pochi lo sanno) la rivista CCV tre, organo ufficiale di Fluxus e diretto da Georges Maciunas e Georges Brecht di cui uscirono solo dieci numeri (le rare copie in giro per l’Italia sono Edizioni Flash Art): per questo decidemmo di incontrare Georges Maciunas.

Georges Maciunas, l’igienista paranoico
George Maciunas era un igienista paranoico. Prima di farmi entrare in casa mi faceva togliere le scarpe e appendere la mia giacca all’ingresso. Se avesse potuto mi avrebbe fatto denudare e spruzzarmi con l’acido solforico. In realtà era molto gentile e premuroso anche se un po’ maniacale. Mi offrì subito un frullato di banana con rosso di uovo. E credo zucchero di canna perché buonissimo e dolcissimo. Io pensavo trattarsi di un aperitivo ma poiché mi trattenni a lungo perché stavamo parlando della ristampa della storica rivista Fluxus, CCV tre, per cena mi offrì il medesimo frullato. Io ero giovane e abituato a tutte le ginnastiche alimentari che andavano dal digiuno assoluto all’invitante ginocchio di manzo, piatto fisso con Alviani a Colonia, per cui non mi spaventai, anzi questa nuova esperienza igienista mi affascinava. Ma il bello arrivò il giorno dopo, quando Maciunas mi invitò a dormire da lui (pare che fosse una prassi tra gli artisti Fluxus ospitarsi, perché poi avvenne la stessa cosa con Georges Brecht a Colonia e Ben Vautier a Nizza). Per risparmiare sull’albergo accettai senza immaginare che lui viveva esclusivamente di frullato di banana, zucchero di canna e torlo d’uovo. A pensarci può essere divertente ma a viverla, questa dieta diventa una mania disgustosa. Lui sosteneva che era una perfetta dieta anticancro, da cui era ossessionato. Io accettai volentieri l’ospitalità ma ogni tanto chiedevo di uscire a fumare una sigaretta. Per lui il fumo della sigaretta era gas nervino, per cui non si opponeva mai. Ma appena uscito mi precipitavo in una bancarella e mi facevo due würstel con tanta, tanta mostarda come antitesi alla dieta anticancro del fondatore di Fluxus e soprattutto il disgustoso sapore dello zabaglione con banana. Per il resto tutto filò liscio e lui mi parlava dettagliatamente dei famosi festival Fluxus che stava organizzando in Germania ma sognando anche la creazione di numerosi negozietti denominati Fluxhall, che aveva già creato a New York e dove vendeva magliette, cappellini, bicchieri e tazze sempre Fluxus, oltre a numerosi multipli di Ben Vautier, dello stesso
Maciunas e di tutti gli artisti del gruppo, ben felici di sbizzarrirsi in multipli e calembours. Georges sognava una catena di Fluxhall in tutto il mondo e me ne parlava con occhi umidi di commozione.

Flash Art ristampa CCV tre, l’organo ufficiale di Fluxus
Georges Maciunas, il padre di Fluxus, l’igienista maniacale e integerrimo, mori di cancro qualche anno dopo il nostro incontro, in un ospedale di Boston.
Da New York io e Gino Di Maggio ci portammo dietro molte idee e infatuazioni Fluxus. Io ristampai per le edizioni di Flash Art la loro rivista CCV tre in ventimila copie con la certezza di arricchirmi, pensando che tutti si sarebbero precipitati ad acquistare una rivista storica introvabile. Invece ne avrò vendute cento copie in tutto il mondo, con una perdita copiosa sulla stampa  e distribuzione. Per fortuna intervenne Gino Di Maggio a salvarmi. Il quale invece riportò da New York le idee e i contatti per alcune stagioni di mostre dedicate a Fluxus. E debbo dire che le sole mostre di qualità su Fluxus in Italia (nel mondo?) furono quelle della galleria Multipla di Gino Di Maggio, in Piazza Martini a Milano. Straordinarie furono le mostre di Wolf Vostell, con una piscina permanente dove galleggiavano i famosi televisori con i consueti “ disastri”; la mostra con sculture in marmo di Carrara di George Brecht (dove mai potervano permettersi il marmo gli artisti Fluxus, abituati alle nozze con i fichi), bellisime mostre di Giuseppe Chiari e Ben Vautier. Tutto o quasi il resto che avvenne in Italia, sotto l’ombrello Fluxus fu una goliardata che finiva sempre in grandi cene en plain air.

Helena Kontova a casa di Ben Vautier, 1977.
Helena Kontova a casa di Ben Vautier, 1977.

Francesco Conz, una vita per Fluxus

Il famoso collezionista Francesco Conz, di Cittadella e poi di Asolo, sino ad allora piccolo fabbricante  di mobili in Veneto, conobbe Fluxus grazie ad un nostro viaggio in macchina insieme (io, lui, Di Maggio e forse Bonito Oliva) a Berlino dove assistemmo ad una drammatica performance di Ben Vautier e dove incontrò anche Wolf Vostell e credo Gunther Brus. Da quel momento Francesco Conz divenne uno straordinario profeta e divulgatore di Fluxus, punto di riferimento costante del gruppo, creando una enorme collezione (anche di cose inutili) passando in molti casi dalla genialaità alla maniacalità.
A me ha sempre impressionato il decisionismo austro ungarico di Francesco: in un colpo chiude o vende la sua piccola fabbrica di mobili, abbandona moglie e figli per diventare l’apostolo e il profeta di Fluxus. E di Fluxus diventa il grande padre e per lui tutto diventa Fluxus, specialmente la sua vita, dedicata, senza riposo e senza limitazioni a questo movimento e a tutti i suoi componenti, specialmente più deboli. 
Anche io vivevo intensamente l’esperienza Fluxus, attraverso l’amicizia proficua con Ben Vautier, Robert Filliou, Wolf Vostell e sopratutto George Brecht, il vero grande artista Fluxus, il solo erede di Marcel Duchamp. Con lui, ospite a casa sua a Colonia, si parlava tanto e di tutto, mentre in genere lui sempre molto parco, molto english. In lui (né in Vostell) l’arte non si è mai ridotta a puro gioco ma ad una drammaticità esistenziale che ne caratterizzò l’esistenza.
Georges Brecht mi raccontava di lui e mi disse che era un chimico e aveva lavorato presso la Johnson & Johnson negli Usa dove aveva ideato il Tampax che presto divenne famoso nel mondo. Non ho mai capito se fosse vero o una battuta Fluxus. Ma lui ne parlava con grande serietà assumendosi il merito di questa scoperta che ha modificato in parte la vita delle donne.

Georges Brecht, il vero erede di Duchamp
Georges era un accanito lettore di Sanantonio, un giallo (noir) francese di Frederic Dard, di grande successo internazionale del momento e di cui mi trasmise la passione che mi ha accompagnato per decenni aiutandomi a vincere l’insonnia. Sino a quando non ho scoperto SAS di Gerard de Villière, sempre francese, a cui debbo la mia salvezza dagli incubi notturni. 
Altro grande artista, che io ritengo più importante di Piero Manzoni (il cui lavoro è basato su una idea? Forse due) è Ben Vautier, abbondantemente sottovalutato. Ma Ben è stato un artista geniale che l’indifferenza e la stupidità hanno ridotto ad un clown. Ma Ben, soprattutto agli inizi, è stato uno stupefacente sperimentatore, più originale e complesso di Yves Klein. Ma questa è la vita. Anzi la Storia. 
In quegli anni 70 (1977/78/79) io e Helena eravamo spesso a Nizza, che in estate diventava una vivace arena di dibattito culturale. Ogni sera sulla collina di Nizza, da Ben, accorrevano artisti, critici, collezionisti. Ben era un grande animatore di dibattiti sui temi di attualità più roventi. Veniva sempre anche Leo Castelli che possedeva una modesta casetta sulla Costa Azzurra (la sua sola proprietà, teneva a puntualizzare), poco distante da Ben. Di cui era amico ed estimatore e di cui realizzò una o due mostre a New York. Erano di casa anche Louis Cane e Bernar Venet, oltre a tutti gli artisti residenti o arrivati sulla Costa Azzurra, da Arman a Viallat, dal gallerista Sapone al fotografo Ferrero. Da Berlino arrivava anche Dorothea Jannone e suo marito Dieter Roth

Una sera a cena da Ben Vautier
La nostra frequentazione con Ben e sua moglie Annie era assidua. Spesso ci chiedevano di restare a pranzo e una volta ci vollero loro ospiti. Gentilissimi e disponibili ma un po’ hippy. In casa avevano un grosso cane, Abrà, con le orecchie cadenti e la lingua sempre penzoloni, che spalmava la bava ovunque. Ben e Annie, come tutti gli amanti dei cani, lo accarezzavano e lo abbracciavano, impregnandosi di bava di Abrà. E ridendo felicemente. Le loro mani, con cui manipolavano la pasta e altro cibo, erano bianche di bava. Io e Helena non so come abbiamo fatto a resistere una notte, tra l’altro con l’odore di piscio dei gatti che ci narcotizzava. La mattina, appena fatto giorno, siamo scappati a respirare l’aria buona della Corniche. Ma la sera tornavamo felicemente da Ben per i dibattiti e per giocare a Ping pong, di cui ai tempi ero un appassionato cultore. 
Robert Filliou, che abitava a pochi chilometri, era un personaggio molto ironico, per lui non esisteva alcuna soglia tra realtà e fantasia. Era simpatico ma anche inquietante parlare con una persona in cui l’ironia si era appropriata della realtà. Non capivi mai cosa volesse dire. Ripeteva spesso: Je suis un con (idiota), j’aime les cons. Anche se era un linguaggio tipico fluxus, non ho mai saputo cosa volesse comunicarmi.
Wolf Vostell si portava dentro la tragedia del Terzo Reich. E viveva in famiglia e nel lavoro una drammaticità primordiale. La tragedia e il disastro incombevano sempre  nella sua opera. Ma sul lavoro esprimeva tutte le sue energie, per questo è morto giovane. Per lui non esisteva la pausa o il riposo o la gioia di vivere. Debbo lavorare mi diceva, quando morirà voglio prendere io il posto di Beuys. Beuys di undici anni più anziano di lui, era la sua ossessione. Famoso e riverito, l’artista nazionale, faceva impazzire Vostell che si sentiva più bravo ma poco riconoscicuto nel suo paese.
Per questo, per il suo odio al passato recente tedesco, fondò un suo Museo in Spagna, a Malpartida de Caceres, che non so dove sia, forse una balena bianca nel deserto, ma che mi sarebbe piaciuto visitare. E sposò pure una donna spagnola, Mercedes, devota all’uomo tedesco e alla sua arte come una ancella romana.
A partire dagli anni ’80, gradualmente il momento di euforia di Fluxus si appannò e sul movimento calò un cono d’ombra, con qualche sprazzo rivitalizzante isolato e a volte amatoriale. Ci sarà un’anima illuminata (in Italia e fuori), un nuovo Germano Celant, che vorrà riprendere in mano questa matassa da sbrogliare e rileggere Fluxus nella luce giusta? Me lo auguro, perché sarebbe un vero genocidio che un movimento così radicale e per molti versi originale, non resti solo una goliardata.

Giancarlo Politi

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