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Jonathan Berger VEDA / Firenze

Si racconta che di fronte all’ingresso dell’Accademia di Platone fossero presenti due iscrizioni che ne regolavano l’accesso: chiunque volesse avvicinarsi al sapere filosofico doveva innanzitutto conoscere la geometria ma, seppur padroneggiasse tale pensiero formale, sarebbe stato escluso se non fosse stato pronto a coinvolgersi in avventure amorose con gli altri cercatori di conoscenza.
Avvicinarsi alla mostra di Jonathan Berger significa riprendere questi due poli, l’amore e la geometria, per individuare i punti d’interesse su cui l’artista ha costruito un ritratto della coppia di designer americani Charles e Ray Eames, uniti nel lavoro e nella vita per quasi quarant’anni.
Una sfera controlla lo spazio principale della galleria con i suoi profili affilati di stagno tagliato e cucito a mano (Untitled, 2018). Costituito solo dai suoi elementi strutturali, questo mappamondo di latta diventa un’armatura con cui sostenere e dare forma a un pensiero. I meridiani di questo globo scheletrico sono infatti attraversati da brevi componimenti in versi, scritti dal musicista Michael Stipe per dare voce al pensiero interiore di Ray Eames. Seppur immobili, il susseguirsi delle strofe, il ritmo delle parole di latta e le forme circolari creano un paesaggio in movimento, tentativo scultoreo di dare un corpo tangibile all’immaterialità di questa relazione sentimentale ed intellettuale.
Il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, all’inizio della sua trilogia dedicata alle sfere, utilizza le stesse regole platoniche per esplicitare la tesi “secondo la quale le storie d’amore sono storie di forme, essendo ogni unione una costituzione di sfere, cioè creazione di uno spazio interno” (Sfere I. Bolle, Meltemi, Roma 2009, p. 71).
La seconda parte della mostra si concentra sull’ampio studio che gli Eames hanno condiviso per più di trent’anni in California. A fianco di una radio da cui si diffonde la musica di Stipe (Untitled, 2018), una ricostruzione in latta della pianta del loro studio (August 21, 1978 / August 21, 1988, 2018) ne sottolinea le qualità scultoree, mostrando i confini di questo spazio “interno” in cui il loro pensiero, il loro lavoro e il loro amore ha preso forma, per creare così un secondo ritratto scheletrico e in negativo della loro vita interiore.

Davide Daninos