Amarcord /

Lucio Fontana e Dino Gavina

Conobbi personalmente Lucio Fontana a Trevi, in uno dei suoi frequenti soggiorni da Gavina. Dino Gavina fu un personaggio mitico dell’arte e del design. Negli anni Cinquanta, non so per quale motivo, essendo lui nato vicino Bologna, aprì un grande stabilimento per mobili di alta qualità e design a Foligno, a pochi chilometri dalla mia casa di Trevi (a pensarci bene forse per beneficiare di alcuni privilegi dell’allora Cassa per il Mezzogiorno). Nel suo stabilimento si incontravano Carlo Scarpa, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Carlo Mollino, a cui l’aveva introdotto Lucio Fontana, grande amico e supporter di Gavina. 

Gavina, tra un mobile e una follia, produceva opere e multipli d’arte che sono passati alla storia, come il grande specchio ovale di Man Ray (Les Grands Trans-Parents), un bellissimo divano componibile, il Malitte di Sebastian Matta, di cui in giro per l’ufficio ho ancora qualche pezzo rosso, i divani Cesca, Wassily e Reclining progettati da Marcel Breuer e realizzati solo come prototipi quando lui era alla Bauhaus. E opere e multipli di Marina Apollonio, Enzo Mari, Manfredo Massironi, Alberto Biasi, Getulio Alviani, Davide Boriani. Memorabili furono le serate con Marcel Duchamp e Man Ray, nella sua sede di San Lazzaro di Savena e insuperabile la mostra dedicata a Duchamp nel 1963 a Roma, in un suo negozio in via Condotti e allestita da Carlo Scarpa per cui Duchamp dichiarò che era “la mostra più bella che lui avesse mai avuto”.

Dunque il sodalizio tra Lucio Fontana e Dino Gavina parte da lontano, già nel 1953, allorché Fontana invita l’amico Gavina alla Triennale di Milano dove appunto gli presenta i più famosi architetti e designer italiani. Da lì inizia la leggenda di Dino Gavina, ahimè, troppo presto dimenticato dalla storia del design italiano, di cui fu un assoluto protagonista.

E nel nuovissimo e tecnologico (per quei tempi) stabilimento di Foligno, Lucio Fontana era di casa. Per rilassarsi, per gustare la cucina umbra di cui pare fosse un estimatore, ma soprattutto per realizzare le sue opere. Affidava i suoi disegni a un operaio che li realizzava completamente e perfettamente. Lucio infatti enfatizzava la bravura degli operai di Gavina, con cui condivideva pranzi e cene. Un giorno nello stabilimento vidi su un tavolo, abbandonati a se stessi, un pacco enorme di schizzi di opere su fogli A4: saranno stati almeno quattrocento. Molto spesso Lucio realizzava le sue opere fuori del suo studio: negli anni Sessanta a Milano fu Franco Tosi a realizzargli tutte le opere che lui firmava soltanto. Successivamente fu Gavina.

La prima volta che conobbi Fontana fu una sera a casa, e mi fu introdotto da Gino Marotta. “Dai Lucio, andiamo a cena da Giancarlo Politi, qui vicino”, gli disse. “È un caro amico e ama molto il tuo lavoro”. “Politi?”, ripeté Fontana. “Bene, così gli rompo il muso”.

Quando arrivano a casa mia, Fontana disse: “ma non è lui!” “Come”, rispose Gino Marotta, “è lui il Giancarlo Politi che scrive sulla Fiera Letteraria e appassionato d’arte e di poesia e tuo sostenitore” (allora erano rari i sostenitori di Fontana). “Ma no, non è lui il Politi a cui volevo rompere il muso. Si tratta di un Politi che ha una galleria a Livorno e che mi ha rubato una mostra intera. E che comunque non riesco a denunciare perché è un ragazzo simpatico”. Poi mi spiegò e forse mi mostrò un dépliant di una sua mostra in questa fantomatica galleria Politi di Livorno da cui non rivide mai più i suoi quadri.

In questo modo diventammo amici, anche perché Lucio apprezzava molto la cucina umbra di mia madre. In particolare il coniglio in umido. Ricordo che mio padre teneva una sfilata di salsicce appese al soffitto per farle essiccare, come si usava allora. “Posso assaggiarne una”, chiese gentilmente Lucio a mio padre, “mi sembrano molto invitanti”. E mio padre, felice, offrì a Fontana le salsicce del nostro maiale, macellato qualche settimana prima. Fontana gradì particolarmente anche un vino bianco di un contadino del posto che a proporlo oggi sarebbe offensivo. In fondo Lucio Fontana, nella sua eleganza sudamericana, simile anche a quella della mafia in voga nel dopoguerra, con le scarpe bianche o gialle, era rimasto un contadino, un uomo legato alla terra e alla gente semplice. Apprezzava sì i ristoranti e le donne eleganti di Milano, ma non disdegnava le trattorie o le cucine povere e le belle ragazze formose e semplici. Noi eravamo buoni amici sì, anche se poi non ci frequentammo molto, perché io abitavo a Roma (a casa di Gino Marotta appunto) e lui a Milano. Ci si incontrava solo quando lui andava a Foligno e io a Trevi.

Ho raccontato già la storia di un suo teatrino, che aveva appena realizzato a Foligno e che mi regalò per aiutarmi a pagare l’affitto quando a Roma riuscii ad avere un appartamento in cambio di opere.

Sono andato nel suo studio di Milano, in Corso Monforte 23, solo tre o quattro volte. E almeno due volte vidi uscire delle ragazze un po’ scarmigliate e con il rossetto un disfatto con un quadretto sotto braccio. “Ma non temi tua moglie?”, gli chiesi. Infatti Teresita, sua moglie, stava nella stanza accanto, in silenzio e la ricordo sempre che stirava. Lui mi rispose ridendo che sua moglie non si interessava al suo lavoro e non aveva accesso allo studio, dove lui era libero di ricevere chiunque. Era un accordo tacito tra loro. E mi riferì una frase sulla moglie che preferisco non ripetere per timore di qualche accusa di misoginia. Quella Teresita Fontana, che non entrava mai nello studio e che Lucio tenne rigorosamente lontana dalla sua vita, alla morte di Lucio divenne la vestale implacabile e dispotica dei sui lavori. Aveva perduto la sua umiltà di tranquilla casalinga per assumere il ruolo della moglie dell’artista a cui spettavano i poteri taumaturgici di far diventare una tela con i buchi, un’opera di Lucio Fontana. E credo si vendicò con spietatezza nei confronti di donne che chiedevano l’autentica di un’opera di Lucio, anche se Crispolti vigilava con molta professionalità sull’opera del maestro.

L’idea dei tagli in Lucio Fontana

Rimasi di stucco un giorno (non ricordo se a Trevi o a Milano) quando, da critico d’arte, gli chiesi da dove era nata l’idea del taglio nelle sue opere. Un gesto su cui erano stati scritti libri sacri che richiamavano la fisica quantistica, il buco nero o la terza dimensione.

La sua risposta? Ve lo giuro, perché rimasi di stucco. “L’idea mi è venuta dalla ‘figa’ di V”. Che io conoscevo bene perché era un’artista molto attiva (e bravissima) ed era stata (o era?) la fidanzata di Piero Manzoni. Ragazza, affascinante, molto creativa e per quei tempi particolarmente disinibita.

Un altro episodio curioso e rivelatore sempre nello studio fu allorché gli portai un suo quadro da firmare, ricevuto come pagamento della pubblicità su Flash Art, da Remo Pastori, mitico gallerista di Torino. All’epoca più famoso (in Italia) di Leo Castelli perché non c’era artista italiano appena propositivo (Schifano, Festa, Angeli, appunto Fontana ma tantissimi altri, anzi tutti) che non avessero esposto da lui. E lui talvolta pagava le opere che riusciva sempre a vendere, ma altre volte prometteva di pagarle e poi si sottraeva al pagamento con sotterfugi inenarrabili. Se riuscissi a mettere a fuoco meglio la figura di Remo Pastori, anche lui come Luciano Inga-Pin, morto povero e solo, lui sì che meriterebbe un Amarcord. Ma anche nel suo caso, vivendo io a Roma e lui a Torino, lo frequentavo saltuariamente. Pur sentendo raccontare su di lui le storie più divertenti e assurde, di cui talvolta fui anche testimone.

Conoscendo Pastori, che mi aveva dato il quadro di Fontana, chiesi a Lucio se era veramente suo, perché non era firmato. Lucio guardò attentamente il quadro, lo girò e rigirò su se stesso, poi mi disse: “Ti piace questo quadro?” “Sì, è bello, molto bello come tutte le tue opere”. “Bene, se ti piace e piace anche a me, allora è mio”. E ridendo me lo firmò con dedica. Allora capii quanto fosse generoso Lucio Fontana e quanto malandrino Remo Pastori. Eppure i due furono sempre molto amici e Lucio sostenne sempre Remo aiutandolo nei momenti più difficili. Anche perché in quell’epoca le gallerie che volevano esporre Lucio Fontana erano rare e il solo critico noto che si interessava a Fontana era Enrico Crispolti e sua moglie Drudi Gambillo). E Lucio invece apprezzava molto le inaugurazioni, per conoscere nuove persone, collezionisti e soprattutto belle donne. Ho conosciuto pochi artisti generosi e ironici come Lucio Fontana. L’opposto di Alberto Burri, avaro e sospettoso e livoroso come certi contadini umbri. Ma su Burri uscirà prossimamente un Amarcord.

a cura di Giancarlo Politi

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