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Pietro Agostoni Almanac / Torino

Pietro Agostoni mette se stesso nel suo lavoro, ma non lo fa in maniera protagonistica o autoestetizzante. Il sé è un elemento materico, da indagare, da plasmare, da distruggere, da ritrovare sotto altra forma in mondi futuri, che hanno ormai superato la centralizzazione individualistica dell’homo digitalis, costantementemente in cerca di visibilità e attenzione. Questa accorta analisi è compiuta da parte di Agostoni attraverso diversi media e materiali: un’installazione composta da catene, capelli, saliva e paraffina; un autoritratto di grosse dimensioni stracciato ed esposto a pavimento; due interventi realizzati direttamente a parete usando la fiamma di un accendino; il tutto pervaso da una traccia audio in cui estratti sonori di filmati BDSM si sovrappongono a composizioni elettroniche. In una inconsapevole performance che, pur svolgendosi in piena vista, passa completamente inosservata, sei lumache strisciano sulla vetrina esterna del project space.
Visitare la mostra di Agostoni, prima personale dell’artista, allestita negli spazi torinesi di Almanac, è come leggere un watakushi shosetsu (Romanzo dell’Io), genere letterario sviluppatosi in Giappone a cavallo tra Ottocento e Novecento, in cui l’autore espone i lati più oscuri della società e della propria vita. Del Naturalismo, da cui questo genere si sviluppa, Agostoni riprende i meccanismi di riproduzione del reale, come nella sapiente costruzione del set di After Villains (2018), fotografia capace di focalizzare l’attenzione dello spettatore sulla percezione psicofisica degli elementi naturali. Il racconto dell’artista si sviluppa attraverso l’onestà della confessione, in maniera misurata e senza mai sovrastare gli altri mezzi espressivi, con cui anzi instaura un dialogo alla pari. Non c’è morbosità nell’indagine dell’Io, proprio o altrui, della traccia audio Live @ ultimo Nirvana (2018); non c’è retorica nell’esorcizzare, attraverso la natura salvifica che può assumere l’arte, un lutto, come nei ritratti demoniaci abilmente disegnati con il fuoco di Per Alberto (2018) e 17 (2018).
In ogni singolo lavoro in mostra Agostoni annulla con forza la centralità dell’artista: andranno infatti perduti in fase di disallestimento i capelli che caratterizzano l’installazione Infinite Sadness (2018) e verranno cancellati i ritratti dei demoni a parete. Più a lungo rimarrà, impressa su stampa fotografica, la disarmante sensibilità dell’autoritratto Al1 2gether 4ever (2018), in cui la natura e la luce delle candele inghiottono la figura dell’artista in dialogo con gli individui dello sciame digitale.

Ramona Ponzini