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Lara Favaretto Franco Noero / Torino

A Torino, sulla storica Piazza Carignano si affaccia una delle due sue sedi della galleria Franco Noero, la quale ospita “Sucking Mud”, una nuova mostra personale di Lara Favaretto.
Il titolo dell’esposizione fa riferimento alla poesia di John Giorno per suggerire la volontà di raggiungere quanto di più solido, importante ed essenziale si possa trovare al di sotto del fango, ovvero della realtà che ci circonda. Negli spazi della galleria l’artista compie infatti un processo di sottrazione, atto a dar rilievo ai materiali in sé, con le loro proprietà intrinseche, fisiche nonché evocative.
Primi tra tutti, usurati tubi metallici di recupero sono disposti sopra le teste dei visitatori a delineare una griglia che, anche grazie ai fili di lana dei tre colori primari collocati al suo interno, ricorda i dipinti di Piet Mondrian. Se la griglia traccia una nuova “volta celeste”, in un’altra sala un’ampia pedana ricoperta di lamiera zigrinata, sopraelevata dal pavimento esistente, si propone invece quale nuovo terreno e, assieme agli antichi specchi presenti sulle pareti, riflette l’immagine del visitatore che vi cammina. I fili di lana utilizzati all’interno della griglia, tornano ad avvolgere sei dipinti realizzati da altri, che sono così nascosti alla vista e trasformati in morbidi quadri monocromi verdi.
A terra l’oro riempie i solchi e i buchi dei tarli scavati nel parquet, nobilitandoli. A quel prezioso metallo segue, come sempre, l’argento: una placca d’argento massiccio, smaltata a lettere blu Savoia e con ritagliata una fessura, invita il visitatore a inserirvi una moneta quale atto di generosità verso la comunità ma anche quale gesto di apprezzamento dell’opera stessa solitamente espresso dall’azione del suo acquisto.
Nell’ultima sala un altro materiale riflettente, l’ottone laminato, destinato a mostrare nel tempo l’ineludibile processo di ossidazione, ricopre un ideale cenotafio dedicato all’artista scomparso Bas Jan Ader.
I diversi materiali utilizzati da Lara Favaretto, anche grazie ai suoni prodotti dal loro relazionarsi con i visitatori, suggeriscono l’esistenza di un altrove, mai completamente decifrabile, ma sempre equivoco, ambiguo e misterioso.

Ilaria Bernardi