Amarcord /

Francesco Vincitorio, Luciano Inga-Pin e la Poesia Visiva

Francesco Vincitorio, chi era costui?

Chi si ricorda di Francesco Vincitorio? Eppure negli anni ’70 è stato un frequentatore e testimone popolare dell’arte. Dopo la guerra, in cui come prigioniero fu anche deportato in Polonia, diventò funzionario di banca. Era nato ad Ancona, ma appena tornato dalla prigionia si trasferì a Roma. Appassionato infaticabile dell’arte, camminatore instancabile tra studi e gallerie.

Si prodigò per far conoscere soprattutto gli artisti meno noti e famosi. Fondò e diresse per 12 numeri NACNotiziario di Arte Contemporanea: una rivistina molto spartana (con tendenze moraliste) ma densa di informazioni: solo recensioni di mostre anche dalle più disparate località e di artisti spesso sconosciuti. In un certo senso fu un precursore del web: recensire tutte le mostre di tutte le tendenze per permettere al lettore di scegliere. La rivistina visse solo per 12 numeri, poi per difficoltà economiche chiuse. Tenne anche, con grande successo, su L’Espresso, una rubrica di brevissime informazioni sull’arte. Ricordo che si aspettava l’uscita de L’Espresso per imbattersi in qualche curiosa informazione di Vincitorio. Amico di tutti, artisti, galleristi, critici, si batté inutilmente per un Sindacato di artisti moderno e di vero aiuto per chi ne avesse bisogno.
Perché ho pensato a lui? Così, perché mi attraggono le vicende della vita. Francesco Vincitorio, molto amato e popolare negli anni 70 e totalmente dimenticato oggi. Ma questa è la vita.

Un altro desaparecido: Luciano Inga-Pin

Anche Luciano Inga-Pin, popolarissimo gallerista degli anni ’80-’90 è scomparso dalla memoria comune. Eppure Luciano fu veramente il gallerista milanese di tutti gli artisti con qualche qualità: e li esponeva con amore, senza quasi vendere nulla ma anche senza chiedere nulla. Ma se riusciva a vendere qualcosa (così facevan tutti) l’artista nemmeno lo sapeva. Ma era il gallerista più amato e popolare di Milano in quegli anni. Fu lui ad esporre per primo Marina Abramović, Gina Pane, Urs Lüthi, Günther Brus. Ma anche Mimmo Paladino, Nicola De Maria, Giuseppe Maraniello, i Nuovi Futuristi e tanti, tantissimi altri. Anche se il suo grande amore, in cui si incarnò veramente, fu la Body Art. di cui divenne promulgatore e punto di riferimento.
Si impegnò moltissimo per promuovere il lavoro di Marina Abramović, che dopo di lui, gradualmente, prese il volo.
Fui molto dispiaciuto a causa di una pubblicità di Abramović su Flash Art che non potei rifiutare, in cui la ormai famosa artista serba, metteva in guardia i collezionisti che avevano acquistato le sue opere da Luciano perché avrebbero potuto essere dei falsi. Io non credo che lo fossero: si trattava solo di stampe fotografiche dell’epoca molto poco professionali che Marina, diventata super professionale, volesse togliere dal mercato. Ma anche se Luciano Inga-Pin avesse venduto qualche opera di Marina non certificata, non meritava certamente quel trattamento.
Incontrai Luciano le ultime volte in Versilia, povero e malato, ospite del comune amico Egidio Giorgi: sempre gentile e sorridente, senza mai lamentarsi o accusare qualcuno. Sempre pieno di ricordi e amori per l’arte.
Fui sorpreso quando al suo funerale, a spese del Comune, in una sconosciuta chiesa di periferia, mi ritrovai solo con Giovanni Veneziano. In tutta Milano eravamo stati gli unici a portare l’ultimo saluto a Luciano. Quello fu per me un altro grande insegnamento di vita.

La Poesia Visiva. Dove sta oggi?

Negli anni ’70 esisteva un grande dibattito sulla Poesia Visiva. Il suo principale rappresentante e testimone, Ugo Carrega, insieme anche a Emilio Isgrò e a Sarenco, sosteneva addirittura che la Poesia Visiva avrebbe anticipato l’arte concettuale. Certo, all’epoca esistevano importanti esempi all’estero che potrebbero ricondursi alla poesia visiva, soprattutto attraverso Fluxus, ma credo che, senza togliere nulla a nessuno, tra Joseph Kosuth e Emilio Isgrò ci sia una sostanziale differenza. Ripeto, con il massimo rispetto per entrambi. Anche se mi chiedo a cosa abbia portato quel grande dibattito, tutte le polemiche di quegli anni in cui sembrava che la poesia visiva stesse rivoluzionando il mondo. Un po’ come il ’68, finito poi in una bolla di sapone. L’unico curatore che ha ricordato la poesia visiva e la sua storia, è stato Vincenzo De Bellis, nella sua discussa mostra Ennesima alla Triennale. Eppure la poesia visiva e il suo parterre hanno prodotto artisti appunto come Isgrò, Ugo Carrega, oggi completamente scomparso, e a Fienze Luciano Ori e Lucia Marcucci. Ma anche molti altri interessanti sperimentatori del momento. La sola galleria che cerca di alimentare il ricordo e il mercato della Poesia Visiva è la galleria Frittelli di Firenze, che ha raccolto molto materiale e meriterebbe una maggiore attenzione, anche dalla città di Firenze. Altrimenti non vedo altre realtà culturali italiane impegnate nel ricordare questo importante momento della creatività italiana.
Post Scriptum: Molto ben scritta la voce “Poesia Visiva” su Wikipedia, anche se sono di parte. Consiglio a chiunque voglia approfondire questa problematica di leggerla. Mi piacerebbe anche conoscerne l’autore per congratularmi con lui perché è veramente completa e complessa. E magari chiedergli, se Gea fosse d’accordo, di scrivere un articolo per Flash Art.

a cura di Giancarlo Politi

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