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Gabriele Picco Crociera di San Luca / Brescia

Un cinema dismesso, scrostato, un capolavoro brutalista senza l’intenzione di esserlo e una sala adiacente ospita il “titanico” lavoro di Gabriele Picco a Brescia.
In che modo lo squallore urbano possa essere un piacere per gli occhi e in che modo un balzo incomparabilmente alto nell’alienazione della vita quotidiana della città possa essere vissuto sotto forma di una nuova e strana allegria allucinatoria, queste sono alcune delle domande che ci si pongono anche a proposito del lavoro dell’artista.
Soprattutto ci si chiede come Picco abbia saputo scegliere uno spazio espositivo traducendolo di una visione, innanzitutto una ciclopica rappresentazione del corpo, dove figura e spazio che la contiene si fondono. Un enorme statua che solo l’artista può svelare essere di polistirolo, impastata come è di materia, pare una scultura di terra cotta o di bronzo. Lo straniamento è di quelli che assomigliano allo sconcerto che si prova alla notizia, magari anche “fake”, di una batteria per automobili gigante, nel mezzo dell’Amazzonia. Anche in questo caso ci si deve, o ci si può chiedere: lo ha prodotto una civiltà antica dotata di umorismo Pop?
Da uno sguardo più attento, lo spettatore si rende conto di trovarsi al cospetto di un’enorme rappresentazione di un fachiro disteso su un letto di coni gelato rovesciati. L’odore è fortissimo. Picco ha nominato la statua Frank. Una scultura che, quando viene percepita dal visitatore, anche occasionale, provoca un forte stupore, talvolta reverenziale, talvolta pudico. Gli spettatori paiono comportarsi come se si trovassero in un luogo sacro, altre volte si atteggiano in modo bizzarro, come se si vergognassero di riconoscersi in questo archetipo della rappresentazione del corpo, una rappresentazione basica, anche spiazzante, che ha tanto in comune con i disegni di un bambino o le descrizioni meccaniche prodotte sul taccuino mentre si è impegnati in una lunga conversazione telefonica.

Marco Tagliafierro