Recensioni /

Benni Bosetto ADA / Roma

Il disegno è il comune denominatore nella pratica di Benni Bosetto, che collega con un tratto grafico gesti performativi, ambienti decorati e sculture curvilinee.
Nella personale “Gli Imbambolati” presso ADA, l’artista ha utilizzato disegno e scultura per creare un ambiente site specific, tipologia di intervento ormai ricorrente all’interno del suo lavoro; questa volta però tutti gli elementi in mostra sono letteralmente uniti da una griglia nera che si estende irregolarmente sulle superfici dello spazio espositivo.
La rete modulare – solitamente centrale nella costruzione della prospettiva – trasforma la stanza in un’unica amalgama priva di riferimenti percettivi, sottraendo allo spettatore il senso di profondità e realizzando così una paradossale illusione ottica. Dalla maglia geometrica spuntano accenni di architetture impossibili, in cui colonne e archi sono disposti in maniera innaturale. Lo straniamento è ulteriormente alimentato dalla connotazione di basamenti e capitelli, arricchiti da ornamenti antropomorfi come piedi, nasi e deretani, che a loro volta rimandano a simbologie alchemiche cinquecentesche. La scenografia, realizzata in grafite pastosa, risulta eterea e sospesa, e il gruppo scultoreo che la abita pare affiorare da alcune nubi ideali, quasi manieristiche. Le figure, tutte realizzate in ceramica bianca non invetriata, hanno una texture calda, porosa e opaca che le stacca nettamente dal fondo: si tratta di una folla, disseminata in gruppetti dove i personaggi, accalcati malamente gli uni sugli altri, sono rappresentati solo attraverso volti e mani caricaturali. Tutti sono raffigurati di profilo e orientati verso destra, osservando e indicando qualcosa che si trova al di fuori della scena rappresentata, in un ennesimo depistaggio fruitivo. Le mani non si limitano però a indicare: con l’avvicinarsi dell’invisibile fulcro d’interesse, le dita iniziano a chiudersi sulle bocche e a infilarsi nelle narici, rendendone i proprietari tanto espressivi quanto volgari, oltre a suggerire che il soggetto dell’attenzione collettiva sia fonte di un odore sgradevole. Delle piccole mosche nere, sistemante attorno ai volti più vicini all’epicentro maleodorante, sottolineano il carattere ludico con cui il tema iconografico della folla viene trattato. La moltitudine di riferimenti alla storia della pittura europea culmina infine in un uovo, sempre in ceramica, che pende dal soffitto richiamando esplicitamente Piero Della Francesca; anche qui però non manca un dettaglio – un ano stilizzato sull’estremità inferiore dell’ovoide – per traslare la citazione compunta in ironica finezza.

Zoe De Luca