Recensioni /

Andrea Magnani Giorgio Galotti / Torino

“Un nuovo paio di orecchie” non è solo ciò che penso sarebbe necessario oggigiorno, un paio di quelle che permettano di pensare la complessità, sia a livello concettuale sia politico.
È anche il titolo di due oggetti realizzati da Andrea Magnani (entrambi datati nel 2018 come il resto delle opere esposte) per la sua prima mostra personale e, ancora, di una filastrocca scritta da Mattia Capelletti per l’occasione. Gli oggetti in questione sono un cilindro riempito con terra di bosco che tiene aperto l’ingresso della galleria al tardo inverno torinese e una coppia di piccoli disegni “a matita e sporco” appoggiati sul davanzale interno dell’unica vetrata, i quali riportano alcuni appunti sul comportamento de Gli Ebeti di M. – una bilancia che misura se stessa – tramite una lingua non alfabetica e diagrammi di forze.
Contestuale alle inversioni di senso e funzione che Magnani innesta nei lavori, Gli Ebeti di M. è stata scolpita a mano da un unico blocco di rovere, metà durante il giorno e l’altra di notte, seguendo un criterio di simmetria empirica (anche la mostra ha due tempi diversi, di giorno illuminata dalla luce naturale e di sera da luci artificiali color ambra).
Il risultato è una sorta di gargolla bifronte appesa al secondo lucernario: due facce intontite leggermente diverse in peso e forma, braccia serrate all’indietro lungo i busti inarcati, un dentino da latte inserito nella bocca aperta di ciascuna e un morso in corda cerata con dei pesi che, bilanciandola, determinano il margine di errore con cui è stata costruita.
Enìopi è invece il tavolo basso da lavoro utilizzato per la messa a punto di quegli stessi pesi, moduli in ottone sconfessati nella loro funzione originaria di pesi campione, cioè di oggetti con massa nota e costante, e resi imprecisi colando nelle gole al centro una quantità casuale di gesso.
L’atmosfera che Magnani ha meticolosamente progettato è quella di un’officina-laboratorio per il ripensamento delle ideologie che si presentano in forma di verità manifeste, dalla metafisica occidentale fondata sulla determinazione certa di senso e significato, alle proposte politiche fondate sul moralismo opaco del buon senso. Tramite un processo di disseminazione del significato, l’artista costituisce identità che differiscono l’identificazione, come dimostra anche la coppia di disegni – illeggibili se non nella loro esecuzione iconoclasta – realizzati smentendo la figura non appena fosse emersa alla vista (Senza titolo). Viene così a esplicitarsi il potenziale liberatorio della complessità, ovvero la fruttificazione di un senso plurale.

Bianca Stoppani