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Alessandro Di Pietro Marsèlleria / Milano

Che l’apparato narrativo in cui l’opera è inserita sollevi dubbi circa il suo carattere esclusivamente visivo non costituisce certo una singolarità. Ma che una mostra ci renda edotti di come, in fin dei conti, nessuna reale separazione sussista tra ciò che un’opera racconta e ciò che di un’opera si racconta, è cosa assai più preziosa.
Questo il taciuto merito di “Felix”, ultima fatica di Alessandro Di Pietro presso Marsèlleria, la cui visita induce a fare esperienza non di una mostra e della sua atmosfera, ma di noi stessi in questa immersi, in mezzo a opere come frammenti sparsi di un racconto. Dell’intricata trama che vi sottende, quello che vagamente si intuisce è in buona parte determinato da ciò che non si potrebbe altrimenti sapere se non leggendo il foglio di sala che, come in un riassunto delle puntate precedenti, introduce il progetto.
“Felix” è infatti epilogo di una quadrilogia di mostre inaugurata nel 2016 – caratterizzate da un impianto fortemente installativo in cui opere e display costituiscono oggetti di scena e frammenti di scenografie sempre tese a evocare la presenza/assenza dei personaggi senza nome né corpo di cui sono permeate – e rappresenta un jump-cut temporale all’interno della narrazione lasciata in sospeso con “The self-fulfilling Owen prophecy” presso l’American Academy di Roma. Il capitolo realizzato per Marsèlleria è dominato dal ripetersi seriale di differenti varianti stilistiche di uno stesso modulo scultoreo, innestato all’interno di elementi strutturali di uno spazio espositivo in buona parte simulato, poiché ricreato per l’occasione, come a rappresentare non un intervento in situ, ma la sua messa in scena.
Il modulo consiste in un contenitore ermetico, time-capsule la cui minimalistica freddezza è mitigata da elementi in stampa 3D che, come artigli di antiche sculture feline, ne ricoprono la superficie facendosi custodi del suo impenetrabile segreto. Su ciascuna capsula è inciso “Felix”, firma e titolo al contempo, a evocare forse il nome dell’entità che la abita e dal cui interno emana la propria presenza in forma di calore sinistro. All’ingresso, principio e conclusione del percorso espositivo, un elegante display decostruisce la complessa struttura semiotica che vi soggiace rivelando il making of della mostra e la sua natura di finzione. All’interno di cassetti leggermente socchiusi sono esposti stilemi e prototipi delle opere in mostra, assieme a frammenti di testi e oggetti appartenenti agli immaginari a cui l’artista ha attinto per creare la particolare atmosfera che vi si respira. Più di altri capitoli della saga, “Felix” lascia affascinati e frastornati da un complesso intersecarsi di differenti piani narrativi che si costruiscono sullo scheletro di una sceneggiatura volutamente lacunosa, in cui le vicende di un non meglio specificato protagonista vanno a confondersi a quelle dell’artista e della sua storia espositiva, avanzando il dubbio di una natura esclusivamente pretestuosa del racconto. E il sospetto che, ben dissimulata dietro una patina di accattivante mistero, Di Pietro porti avanti una più profonda indagine analitica circa le possibilità narrative e metanarrative di un’esposizione.

Tommaso Gatti