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Underneath the Arches Acquedotto Augusteo del Serino / Napoli

Nonostante si è soliti immaginare che in Italia siano ormai stati effettuati tutti i possibili ritrovamenti archeologici, in città come Roma, Napoli – e più in generale in varie zone del Lazio e della Campania – ci si trova di fronte a capitoli continuamente da scoprire. Basti pensare che è datato 2011 il ritrovamento, nel pieno del centro storico di Napoli, dell’Acquedotto Augusteo del Serino al di sotto del Palazzo Peschici Maresca del rione Sanità.
Resti di un acquedotto un tempo lungo 100 km e che serviva non solo Napoli ma anche Pompei ed Ercolano e che negli anni, a seguito dell’innalzamento del suolo stradale, fu convertito nelle fondamenta portanti di diversi edifici.
Il sito, di proprietà dell’Arciconfraternita dei Pellegrini, è stato dato in gestione all’Associazione VerginiSanità che si occupa di animare e vivacizzare la vita culturale e i siti di quello che, un tempo, era uno dei quartieri dove alcune delle famiglie nobiliari più importanti costruirono i loro palazzi.
Nel solco di un’eccentrica tradizione tutta napoletana che vede interesse o per l’arte antica o per il contemporaneo, (con quale salto nostalgico al periodo che vide Napoli capitale), l’associazione ha deciso di affidare a Chiara Pirozzi ed Alessandra Troncone la curatela di un programma di mostre titolato “Underneath the Arches”, che vedrà il susseguirsi di artisti contemporanei chiamati a fronteggiare un dialogo fra un passato ed un presente, entrambi complessi sia dal punto storico che sociale.
Il primo progetto è “Blind Horizon” di Arturo Hernández Alcázar; l’artista messicano ha speso un periodo di residenza a Napoli, seguendo il percorso dell’acquedotto del Serino, sia lungo i paesaggi, sia lungo la presenza di un passato che in queste terre resta mai metabolizzato e sempre incombente nelle glorie, che non riescono a ripetersi.
La mostra vede una installazione ambientale nel tratto di acquedotto scoperto nel 2011: un progetto che cerca di rielaborare l’esperienza sia fisica che emozionale che questi luoghi hanno richiamato nell’artista; una narrazione che da una parte mostrerà l’imponenza dell’architettura dell’acquedotto romano e dall’altra, si rapporta alle molteplici stratificazioni che ha vissuto.
Trasformazioni sia urbanistiche che storiche, dove il condotto romano diviene parabola esplicativa di una storia per molti versi irrisolta ma che trova, nella ricchezza dei suoi intrecci e delle sue contaminazioni, una energia primordiale che ha animato e continua ad animare le riflessioni di molti artisti ed intellettuali.

Maria Teresa Annarumma