Recensioni /

“The Tesseract” American Academy in Rome

L’American Academy in Rome presenta, come ogni anno, una mostra estensiva, che raccoglie le opere dei Rome Prize Fellows, degli Italian Fellows e di altri artisti invitati a partecipare al progetto.
Ilaria Gianni, chiamata per la terza edizione a curare l’esposizione, rintraccia nella figura geometrica del “Tesseract” (in italiano tesseratto), l’analogo quadridimensionale del cubo, il luogo di incontro tra diversi campi di indagine che gravitano attorno alla nozione di tempo e alle tracce che esso deposita, quali fonti di inchiesta creativa e ispirazione visionaria. Le molteplici attitudini e prospettive valorizzano l’aspetto multidisciplinare e laboratoriale dell’Accademia, il più antico centro americano fuori dagli Stati Uniti a ospitare la ricerca avanzata in arti visive, musica, letteratura, design, architettura.
Sulla facciata dello studio in giardino Abigail DeVille, insieme a Charlotte Brathwaite, accoglie lo spettatore con una proiezione dal titolo evocativo, Only When It’s Dark Enough Can You See the Stars (2017), mentre a terra abbandona detriti e bottiglie che creano forme para-organiche, come reperti di un futuro già sfiorito (Moon Meditation for Martin [2018]).
Nell’atrio, José Angelino riflette sulla natura delle interferenze spazio-temporali ottenute dagli impulsi elettrici indotti (Studies of temporal interference [2018]), mentre Aroussiak Gabrielian con Alison Hirsch e Grant Calderwood (in collaborazione con il Rome Sustainable Food Project e la stilista Irene Tortora) costruiscono originali abiti vegetali, quali risposta a un’urgenza ormai imperante (Posthuman Habitats: experiments in the hyperlocal [2017-2018]).
Nelle prima sala della galleria al piano terra Rochelle Feinstein, Allen Frame e Ishion Hutchinson, presentano un progetto corale dove i cani e i gatti di Roma diventano il pretesto per esplorare differenti campi di espressione, dalla pittura, alla fotografia, alla poesia, insieme alla raccolta di oggetti sul tema provenienti da varie collezioni; Sanford Biggers insieme all’archeologa Michelle L. Berenfeld impiega la forma del patchwork quale paradigma esistenziale contemporaneo (Votive e Corroborating Realities [2018]).
Nella seconda sala, tutta italiana, le stratificazioni temporali assumono le forme post-industriali e asciutte dei lavori di José Angelino (Untitled [2018]) e di Alessandro Di Pietro (The Self-fulfilling Owen Prophecy [2018]) o quelle esuberanti e disinvolte di Matteo Nasini (Sparkling Matter [2016-2018]) e di Marco Palmieri (Harlequin [2016], Zoe [2017], Untitled (Harlequin Motif) [2017]).
Il criptoportico ospita invece tre progetti in cui l’autorialità collettiva è determinante per la riuscita complessiva: tra questi il video Janus Trailer [2018], in cui Brandon Clifford, CEMEX Global R&D, Simone Conforti, e Sean Gullette presentano il primo capitolo di un lavoro più ampio in cui personaggi di calcestruzzo sono chiamati a suonare, attraverso l’elemento dell’acqua, le musiche create dal compositore Federico Gardella.
Come il tesseratto, dunque, gli elementi di questa mostra così complessa rinunciano al tempo diacronico a noi noto collassando in un unico spazio-tempo sincopato in cui passato, presente e futuro si specchiano reciprocamente oltre le gerarchie comunemente conosciute.

Marta Silvi