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Marisa Merz Serralves Museum / Porto

Dopo il Met Breuer di New York e l’Hammer Museum di Los Angeles, “The Sky is a Great Space”, la prima retrospettiva dedicata all’opera di Marisa Merz negli Stati Uniti, approda a Serralves.
Curata da Connie Butler, l’esposizione celebra i cinquant’anni di attività dell’artista, proponendo un percorso che non si attiene a un ordine cronologico, ma è scandito dal confronto tra opere realizzate con tecniche e materiali eterogenei, in tempi anche distanti, riunite nei diversi ambienti.
Questa impostazione sottolinea l’unità concettuale di una pratica declinata in forme diverse ma dialoganti – dal disegno al lavoro a maglia, dalla scultura all’installazione – e rispecchia a livello espositivo la centralità che il tempo occupa nella riflessione dell’artista; la temporalità si manifesta nella natura aperta, in progress, delle opere, le quali negli anni hanno subìto trasformazioni, integrazioni di altri lavori o di oggetti quotidiani (per questo spesso nelle didascalie non sono indicate date). Alla sperimentazione dei materiali, alla loro contaminazione e sedimentazione, si affianca inoltre uno sguardo che attinge al passato della storia dell’arte, come si coglie nelle tavole imponenti che ritraggono figure angeliche e ricordano pale d’altare, nei disegni a matita su tela in cui i profili umani sfalsati e reiterati evocano il dinamismo di marca futurista, nelle cosiddette “testine” in argilla cruda, i cui tratti guizzanti restituiscono la vitalità creaturale di Rosso. La successione di sale ampie, dove trovano posto grandi installazioni tra cui Senza titolo (tavola per Marisa) (2003), realizzata col marito Mario e consistente in una tavola in vetro a forma di spirale su cui poggiano sculture, è pausata da piccole stanze dove lo spazio si contrae, l’atmosfera diventa raccolta. Una di queste è pervasa dal mormorio di Fontana (2015), un getto d’acqua montato su un foglio di piombo dai bordi ripiegati; un’altra ospita Senza titolo (1993), una struttura in acciaio da cui si dipana una sequenza a spirale, quasi ipnotica, di forme triangolari fatte di fili di rame intrecciati. Il ritmo si dilata nuovamente al piano inferiore dove, nel mezzo della vasta galleria, accanto a opere nate dalla trasfigurazione di cose quotidiane quali Altalena (1967) e le celebri “scarpette” (1975), campeggia una Scultura vivente (1966): una cascata di stelle filanti metalliche, una gigantesca armatura dismessa, composta da lamine di alluminio piegate e unite tra loro per dare vita a un groviglio di forme biomorfe insieme morbido e affilato.

Sara De Chiara