Recensioni /

Giuseppe Gallo Galleria dello Scudo / Verona

Nell’avvicinarsi alla galleria incuriositi dall’occasione di osservare gli esiti più recenti della ricerca di Giuseppe Gallo, viene naturale ripensare al suo intenso percorso: dagli anni Ottanta con le vicende del gruppo di San Lorenzo a Roma e da Sperone Westwater a New York, alle opere presentate negli anni in biennali e in importanti musei, fino alla sorpresa all’asta di Christie’s a New York nel 2016 che ha visto un suo quadro del 2011 essere battuto a oltre trecentomila dollari, superando ampiamente le stime.
“Il teatro dell’assurdo del viandante”, mostra a cura di Laura Cherubini negli spazi della Galleria dello Scudo, si struttura in un susseguirsi di opere che rimescolano continuamente le carte dell’interpretazione logica attraverso l’eclettismo connaturato alla ricerca di Gallo e alla sua generazione. Il percorso espositivo, rigoroso e arioso, è scandito da una trentina di opere, tra quadri di grandi dimensioni, sculture e installazioni, che condensano la sua attuale produzione. Cuore della mostra sono i grandi e luminosi quadri, come Loggia dei sogni o Il libro del filosofo e la luce (entrambi del 2017), che uniscono olio, acquarello, tempera e affresco su tavola, vivificati da una tensione interna che rimanda alle tecniche archeologiche, a un immaginario legato alla sfera celeste e ai ritmi della natura. Ad essere presenti sono anche gli autoritratti in forma di teste in bronzo: sculture che in fase di realizzazione, quando ancora in creta, sono state deformate mediante pugni assestati dall’artista stesso o da rovinose cadute, così da aprire l’intervento alla casualità. La varietà di esiti formali e la capacità dell’artista di dare vita a un ritmo sia visivo sia concettuale innervano la mostra, facendo emergere l’unione tra la continua sperimentazione e l’impiego di tecniche tradizionali, nonché l’aspetto (auto)ironico unito all’estrema serietà della ricerca in un’imprevedibilità che continua a far mutare l’identità del viandante del titolo: si tratta del visitatore, dell’artista, o di entrambi affacciati sulla complessità del reale?

Silvia Conta