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Vent’anni di BASE, Firenze

Sono vent’anni che Base progetti per l’arte opera in Firenze. Recentemente Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura, esaltava i piccoli musei, celebrando le micro narrazioni individuali contro le grandi storie dei musei nazionali.
Lo spazio fiorentino, gestito da undici artisti, è di piccole dimensioni e meriterebbe un premio per la costanza e l’intelligenza critica con cui ha operato fino a oggi. Base ha vissuto di racconti individuali, inanellati uno dopo l’altro. La collana è lunga e di grande pregio. Due stanze che hanno dimostrato in questi due decenni una malleabilità straordinaria. Ciò è dipeso, più che dalla conformazione architettonica, da quella concettuale dei suoi organizzatori che hanno mantenuto uno spirito libero e mobile, prediligendo la continua variazione alla monotonia ideologica.
Basta sfogliare l’elenco delle partecipazioni. Il mondo dell’arte è transitato da Base, attraverso un ingaggio fondato su stima, amicizia, e soprattutto una piena condivisione delle istanze moderniste. Le limitate risorse finanziarie sono state bilanciate dalla partecipazione generosa degli artisti invitati. Sembrano storie di altri tempi. Artisti che si aiutano tra loro; complici e alleati in una sorta di guerriglia culturale che è volutamente rimasta ai margini della Firenze rinascimentale, indifferente alle diverse sirene pubbliche e private.
Perché Base ha preteso di vivere sulla linea di confine tra l’underground e l’istituzionale, tra lo sperimentale e quanto di più conformista esista nell’arte, tra apocalittici e integrati. Con un certo orgoglio di casta ha difeso il suo diritto a operare in una riserva, una zona franca, capitalizzando il fondo d’investimento più redditizio, quello garantito dagli stessi soci di maggioranza, gli artisti più sofisticati e apprezzati all’interno del sistema dell’arte internazionale.
Il gruppo dirigente non ha sbagliato una mossa, ha sempre azzeccato le scelte. E la qualità del suo percorso sta proprio nell’aver demolito posizioni egemoniche di questo o quel ‘basista’ dall’interno. L’ultima mostra che abbiamo visitato è quella di Richard Long, uno dei padri fondatori della Land Art. Abituato a percorre distanze immense, a realizzare sculture ambientali in spazi sconfinati, Richard Long ha saputo gestire le due stanzucce di via San Niccolò, trasformandone la spazialità e aumentando i confini percettivi e mentali. Le due geometrie sono una coppia di affreschi realizzati spalmando un denso colore terroso con la mano, in modo da lasciare in vista il gesto. Qualcosa che è sia pittura, che scultura, architettura, performance, enviroment e installazione.
Se Long è artista da manuale di storia dell’arte, altri ospiti di Base non lo sono ancora e forse mai lo saranno. Ma non importa perché questa è l’arte contemporanea; a Base tutti si valorizzano allo stesso modo. Il segreto sta nell’esaltare le differenze tra questo e quello, impegnando tutti nello stesso esercizio, all’interno della stessa cornice.
Differenze generazionali (da Lawrence Weiner a Eva Marisaldi, da Niele Toroni a Giuseppe Gabellone, da Robert Barry a Koo Jeong A, ma anche da Jan Vercruysse a Christian Jankowski). E poi ancora differenze nazionali, regionali. Distanze, prossimità. L’eterogeneità dei linguaggi e delle tecniche, dei materiali e dei comportamenti, ha generato una vitalità nella velocità della programmazione che nessun museo può oggi permettersi.
Gilles Deleuze, in Rizome, si raccomanda di non fare mai il punto ma di tracciare linee. La vicenda di Base, piuttosto che con un classico catalogo, si spiegherebbe meglio con l’infografica. Ne potrebbe emergere la continua deterritorializzazione, fatta di croisement, combinazioni e collisioni – quel poco di zigzag che tanto fa bene al sistema dell’arte.
Perché non c’è altra funzione così interessante come quella dell’incoerenza per salvare ogni sistema chiuso – dal grande al piccolo – liberandosi dell’ideologia e della derivante omologazione. Senza un piano critico dominate, l’atteggiamento filosofico e organizzativo di Base è stato, fino a qui, praticamente affettivo, sentimentale, quasi conviviale ( nel senso greco del termine). Base, infatti, ha costruito una riserva e una libera accademia di avanguardisti nella culla del rinascimento, opponendo alla grande storia dell’arte una geografia di affinità elettive. Un modo giusto per non essere né istituzione museale nè galleria. Buon anniversario Base.

Sergio Risaliti