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Stefania Galegati Pinksummer / Genova

L’espressione “fare un buco nell’acqua” esprime un tentativo inutile, un insuccesso, una qualche idea di fallimento. È così che “I modi di dire e della buca” diviene una sorta di esercizio mentale all’interno della galleria Pinksummer di Genova in cui Stefania Galegati indaga lo spazio e l’assenza, il linguaggio e la sessualità femminile innescando un continuo rimando visivo e mentale tra le opere esposte.
L’artista è stata invitata a scegliere e allestire, accanto alle sue opere, i lavori di alcune artiste presenti nella collezione di Gianni Carrega: Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Betty Danon, Agnes Denes, Amelia Etlinger, Maria Lai, Margaret Morton, Giustina Prestento, Greta Schodl e Salette Tavares.
Galegati torna così a riflettere sul linguaggio, quello femminile per l’esattezza, prendendo come punto di riferimento la mostra “La Materializzazione del Linguaggio”, curata da Mirella Bentivoglio alla Biennale di Venezia del 1978. La forza del linguaggio femminile si ricuce così tra le pieghe degli anni Settanta e Ottanta, nella delicatezza dei gesti e dei tessuti, tra le poesie disegnate di Tavares e le spinte spirituali dei lavori di Shodl fino a materializzarsi – in un incontro tra lavoro sartoriale e scultura – in un vestito di Maria Lai, carico di simboli e prospettive augurali.
Ma è forse con l’opera Scuola (1973), targa infranta di Bentivoglio, in cui al meglio traspare la volontà di rottura delle leggi della lingua e della parola, della grammatica tout court, espressione consolidata del potere maschile. Sparsi a terra vi sono altri frammenti, questa volta quelli della targa del Monumento a Cadere (2017), realizzato da Galegati a Palermo con i resti della radice e di un tronco di un grande pino caduto. Quei frammenti, insieme alle due tele dell’artista (The hole #1 [2017]; Lost lake [2017]) appese alle pareti, evocano nella galleria l’attitudine umana al cadere: un’azione non programmata ma mai inattesa.

Michela Murialdo