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Maria Luisa Frisa sulla mostra “Italiana” / Palazzo Reale, Milano

Spesso hai ribadito che “Italiana” è una “dichiarazione di intenti”, non solo un titolo. Cosa intendi con questa definizione?

Con questa espressione intendo sottolineare la natura programmatica del progetto, costituito da una mostra e da un libro. La moda in Italia è un sistema economico, comunicativo e culturale. Occorre, però, trovare luoghi della rappresentazione fuori dai soliti circuiti in cui viene confinata, e lavorare con metodo sulla costruzione di una narrazione identitaria della moda italiana.
Così, riappropriarsi delle forme della produzione della conoscenza e di apertura alla molteplicità delle fonti creative diventa sempre più urgente. “Italiana” s’inserisce in questa direzione, per affermare il valore della nostra moda, il valore di una cultura della moda che non può essere letta soltanto come produzione di manufatti meravigliosi ma come punto di vista irrinunciabile sugli stili di vita e sui modi della contemporaneità. L’Italia ha scelto nel tempo di non assegnare alla moda quel ruolo culturale che oggi ci permetterebbe di dialogare alla pari con i grandi musei e le importanti istituzioni che all’estero si occupano di moda. A ben vedere il titolo stesso è una dichiarazione di intenti: un aggettivo che diventa sostantivo per mettere in luce stili e atmosfere che definiscono la cultura italiana nelle sue forme.

Nel testo titolato “La Bellezza Utile” hai esordito con un importante affermazione di Susan Sontag: “Basta con i duplicati, fin quando non torneremo a fare un’esperienza più immediata di ciò che abbiamo.” Potresti dire che si tratta di un punto di partenza di “Italiana”?

“La Bellezza Utile” è il saggio scritto con Stefano Tonchi e l’esergo di Sontag è estratto da uno dei suoi primi libri, Contro l’interpretazione. Non credo si tratti esattamente del punto di partenza di Italiana ma certamente è una delle riflessioni che hanno sostenuto e mosso il progetto. Abbiamo riattraversato un trentennio cruciale per la definizione dell’identità della moda italiana fino alla sua trasformazione in fenomeno globale. Lo abbiamo fatto privilegiando una postura attivista, prodotta dal desiderio di far parlare la nostra moda, di darla come argomento. Quella disegnata è una delle traiettorie possibili, in cui anche la dimensione biografica riveste importanza e si mescola con le vicende del tempo.

“Italiana” non accoglie solo la moda dal 1971 al 2001 ma anche molta arte contemporanea. Con quale criterio avete selezionato gli artisti e come si rapportano, se si rapportano, con la moda?

“Italiana” mette a fuoco alcuni tratti definitori della moda italiana ma nel contempo la racconta in modo articolato e polifonico, in relazione e confronto anche con l’arte e il design, così da poter ripristinare quel territorio comune di dialogo in cui la moda da sempre agisce in risposta alle sollecitazioni più eterogenee. Il percorso della mostra non segue la linearità cronologica ma prende corpo in una costellazione di temi, tenuti insieme da una lettura critica, che privilegia la complessità alla semplificazione. Accanto agli abiti, oltre centoventi, ci sono le opere di undici artisti italiani: Michelangelo Pistoletto, Maurizio Cattelan, Elisabetta Benassi, Luciano Fabro, Francesco Vezzoli, Vanessa Beecroft, Luigi Ontani, Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Ketty La Rocca, Gino De Dominicis. Sono autori affermati, alcuni storicizzati, le cui visioni hanno superato i confini nazionali e parlato una lingua globale. Nonostante questo, alcuni lavori selezionati sono connessi in profondità alla nostra cultura e alla nostra storia: penso per esempio al video You’ll Never Walk Alone (2000) di Benassi, o all’opera Italia feticcio di Fabro del 1981. La presenza di artisti come Beecroft e Vezzoli avvicina, invece, in modo più esplicito, il territorio della moda a quello dell’arte contemporanea.

Esiste ancora un’italianità? Si può ancora parlare di valori locali?

Il progetto nasce dalla consapevolezza che la nostra moda presenta caratteristiche e qualità specifiche. Per questo prima ti parlavo di un titolo che è già una dichiarazione di intenti. Al tempo stesso occorre ridiscutere e aggiornare l’idea di Made in Italy, considerarla nel suo vero significato: un prodotto di qualità fatto in serie, che vede in azione il designer, l’azienda, il tecnico – anche l’artigiano, ma solo in una dimensione di ricerca. Occorre svincolare la moda italiana dall’idea che sia il luogo iperspecialistico del fare artigianale. Gli attori del sistema immaginano e producono. Intercettano e disegnano i desideri.

Quali sarebbero i criteri di “Italiana” se prendessimo gli anni a seguire? Dai primi 2000 al 2018?

“Italiana” si chiude alla soglia del nuovo millennio, nel momento in cui la moda cambia pelle e si trasforma in un fenomeno globale. Negli ultimi quindici anni si è assistito a un’accelerazione: il sistema è cresciuto moltissimo e in maniera sempre più rapida, si è trasformato nelle sue forme e anche nei modi di creazione e produzione. Pensa per esempio al ruolo del direttore creativo. Un possibile progetto dovrebbe tenere conto di tutto questo, elaborando una lettura critica specifica e strumenti capaci di padroneggiare questa rivoluzione.

Gea Politi