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Emma Hart Collezione Maramotti / Reggio Emilia

L’espressione tipicamente italiana “Mamma mia!” introduce la personale di Emma Hart alla Fondazione Maramotti di Reggio Emilia. Nella sua enfasi e immediatezza restituisce, da una parte, la summa di sensazioni che l’artista inglese deve aver provato durante la sua residenza, dall’altra le possibili reazioni dei visitatori alla mostra stessa. Come vincitrice del Max Mara Art Prize for Women, Hart ha goduto di un semestre in Italia per compiere un attraversamento diacronico e sincronico della storia e del genius loci del nostro Paese. Il risultato è un’affascinante installazione polisemica composta da undici corpi luminosi in argilla sospesi al soffitto. Questa forme, inizialmente indistinte, a poco a poco si rivelano essere grosse teste dai nasi marcati e i tratti abbozzati. Esternamente incise e decorate con immagini fumettistiche e segni di misurazione, all’interno custodiscono sgargianti pattern – baloon, occhi, lacrime, pugni, dita, figure antropo e fitomorfe –, che paiono essere una contemporanea rivisitazione di motivi decorativi del passato. Morfologicamente ambigue, le grottesche teste richiedono allo spettatore attenzione e interazione. Lo toccano fisicamente. Lo fagocitano.
Per Hart è sempre fondamentale la relazione diretta con le sue opere, una relazione che, in questo caso, porta a scoprire una soggiacente componente narrativa. Anche la luce, interrotta a tratti dalle pale di lenti ventilatori e proiettata sui corpi dei visitatori, diventa parte integrante del progetto. Di formazione fotografa, Hart percepisce presto i limiti del mezzo e avverte come sempre più cogente la necessità di “sporcare le immagini”, di andare oltre la superficie per fare un affondo nella realtà e rivelare lo stato nudo e crudo delle cose. L’argilla con la sua malleabilità diventa il materiale d’elezione per plasmare un’arte non consolatoria, generatrice di confusione e stress. Dietro l’apparente giocosità del colore e del decoro, si cela infatti l’amara analisi di rapporti umani e familiari disfunzionali con i loro strascichi di traumi non superati, violenze più o meno quotidiane, angosce e paranoie.

Damiano Gullì