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Boris Groys su In the flow

Cosa pensa della vittoria della performance del padiglione tedesco curata da Anne Inmhof alla Biennale? Potremo definirla come una vittoria del “flow”, della vita, dei corpi e quindi della stessa contemporaneità nel contemporaneo?

Penso proprio di sì, è un segno evidente dello spostamento che sta avendo luogo oggi dall’opera d’arte all’evento artistico; dove è il processo ad apparire ben più importante del risultato finale.

In Art Power afferma come l’era del corpo sia stata inaugurata dal fascismo e dal nazismo. Possiamo sostenere come la performance dagli Settanta a oggi sia stata una reazione a quel tipo di concezione materiale, strumentale e violenta del corpo attraverso una sua estetizzazione e defunzionalizzazione?

 Bè, la contemporaneità rimane materialista. Non crediamo più nell’anima, ma siamo persuasi di avere un corpo. Questo spiega il culto dei vampiri e degli zombie nella nostra cultura di massa così come le pratiche artistiche sadomasochiste. Siamo sempre alla ricerca di una certa intensità ed evidenza nell’esperire il nostro corpo e la sofferenza è sempre una prova valida del nostro essere corpi viventi.

Se l’arte oggi ha perso la propria forma diventando oggetto di studio della reologia (branca della fisica che si occupa dello studio dei liquidi) — come lei suggerisce nell’introduzione del suo ultimo saggio In the Flow — in che modo è in grado di essere rivoluzionaria in forza di una configurazione estetica stabile che non paralizzi lo spettatore nel disorientamento interpretativo?

L’arte può essere portatrice di un messaggio rivoluzionario, anche se non si produce in una forma rivoluzionaria. Mi sembra che all’interno dello scenario contemporaneo si possa osservare una deviazione sostanziale dalla forma al contenuto, dal mezzo al messaggio.

Una delle sue tesi nel libro è che l’arte abbia avuto inizio con la defunzionalizzazione del design dell’ancient regime da parte dei rivoluzionari francesi, che hanno estetizzato l’utile. Non pensa che il curatore oggi abbia, al contrario, funzionalizzato il discorso filosofico, antropologico e in genere teorico? Benjamin, Heidegger e Strauss sembrano fornire i concetti aggregativi più gettonati…

Un progetto curatoriale è una versione della Gesamtkunstwerk così come descritta da Wagner. E come tale utilizza tutti i mezzi e le forme possibili al fine di trasmettere il proprio messaggio. Il fatto che il discorso teorico sia usato allo scopo di giustificare questo o quello non è sbagliato in se stesso; tutte le cose sono prodotte al fine di essere utilizzate e gli oggetti teorici non sono impermeabili a questa logica.

La riflessione sul cinema occupa un ruolo preminente nell’estetica contemporanea. Il cinema sembra l’arte del flusso per eccellenza, pura celebrazione del movimento. Perché però questo flusso non riesce a essere rivoluzionario, anzi finisce, come lei sostiene, per intorpidire lo spettatore? 

Il cinema non è un “flow; interrompe e riavvolge il flusso del tempo con lo scopo di ripeterlo potenzialmente all’infinito, configurandosi sostanzialmente come il media della ripetizione. Molte performance sono sì documentate oggi attraverso i video, ma questo tipo di documentazione non sembra essere ancora influenzata dallo sviluppo del cinema in quanto mezzo espressivo. Anche se le cose potrebbero cambiare in futuro…

In Going Public parla di auto-design in riferimento alla creazione individuale di un’immagine del nostro sé nell’era dei social media. Quanto pensa possa durare quest’estetizzazione del sé privato? Guarderemo ai nostri post con lo stesso sguardo retrospettivo e angoscioso dell’Angelus Novus di Benjamin?

L’auto-design durerà per sempre, anche se attraverso forme differenti. Gli esseri umani saranno sempre insoddisfatti dell’immagine che presentano al mondo esterno, avendo sempre la sensazione di essere diversi dal modo in cui hanno deciso di esporsi allo sguardo degli altri. Questa frustrazione estetica perenne è una delle fonti principali dell’arte d’oggi.

Giada Biaggi