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Ugo La Pietra Dabbeni / Lugano

I punti, definiti da Ugo La Pietra “elementi formali ridotti a piccoli elementi” sono una presenza costante fra le cinquanta opere esposte presso Studio Dabbeni a Lugano, realizzate tra il 1964 e il 1972. I lavori – che vanno dalle tecniche miste su tela e carta passando per fotomontaggi e chine su carta, fino ad arrivare alle lastre di metacrilato –permettono, anche grazie a un attento allestimento dal ritmo ascensionale, di ripercorrere l’evoluzione artistica di La Pietra in un preciso lasso temporale: nel 1964, La Pietra si è appena laureato in architettura al Politecnico di Milano. Nascono in questo periodo, dopo le prime ricerche segniche, gli “elementi di disturbo all’interno di una base programmata”, mai uguali ma sempre riconoscibili, una sorta di grammatica che risente tanto degli studi dell’artista, quanto dei lavori di Lucio Fontana, come anche delle ricerche degli esponenti del Gruppo T. Nonostante a livello formale La Pietra possa sembrare, in questi anni, allineato alle ricerche dei suoi colleghi italiani, una chiave di lettura più attenta fa emergere immediatamente il rapporto (in crescendo) che la sua produzione ha con pratiche più concettuali. Un esempio lampante sono le opere in metacrilato che segnano un primo tentativo di modificare il rapporto tra ambiente e individuo; è questa la direzione che condurrà, nella seconda metà degli anni Sessanta, ai dispositivi immersivi tridimensionali e al Commutatore (1970).
L’attenzione dello Studio Dabbeni verso le fonti storiche arricchisce la mostra con il materiale d’archivio della Fondazione Ugo La Pietra. È inoltre da sottolineare come un nucleo significativo della mostra fosse già stato esposto nel 1966 poco lontano da Lugano, alla Galleria Flaviana di Locarno, un tipo di tangenza mai casuale quando si parla della galleria luganese, che della ricostruzione filologica fa la sua firma.

Nicholas Costa