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Roman Opalka Michela Rizzo / Venezia

Il corpus di opere esposte nella mostra personale “anche OPAŁKA 1958-1965/1 – ∞” alla galleria Michela Rizzo di Venezia, risulta illuminante per una visione aperta della liturgia processuale dell’artista, “ancora” presente nella sua assenza, come accenna nel titolo la particella/avverbio anche. 
Roman Opałka ha formalizzato l’icona della vita in un Détail, spazializzando irrevocabilmente il tempo nella rappresentazione di una sequenza numerica a partire dall’uno ad Infinitum. Come per Roland Barthes, questa mostra potrebbe presentarsi come “Roman Opałka par Roman Opałka”, delineandosi nella modalità di un Journal extime, per utilizzare un neologismo lacaniano.
Sono dodici dipinti, tra il 1958 e il 1965, di un Opałka già grande, ma ancora a Varsavia, dolorosamente impegnato nella rivendicazione etica di una sua libertà creativa ardua da esprimere, allora, nel paese d’origine in cui era ritornato. Non lontano dall’Astrazione lirica, slittante nell’Informale gestuale di Wols, Fautrier, Michaux, Opałka figura in mostra con opere inedite del periodo polacco, poco prima del suo rientro in Francia, come À l’Entrée de l’Enfer (1958), Le Passage du Styx (1958), entrambe a dominante cromatica bruna, ocra bruciata, neutri, un Senza titolo a dominante azzurra, costellato da taches inquietanti blu notte (1959), un Bacchanales (1959) a dominante rosso intenso, attraversato da una delirante figuralità segnica. 
Non irrilevanti, rispetto al suo processo operativo, sono i Chronomes: quelle atomizzazioni puntiformi del tempo che realizza tra il 1962 e 1963, ispirate alla teoria dell’Unismo dell’esponente dell’avanguardia polacca Władysław Strzemiński.  Ai Fonemats del 1964, su fondo nero, rinvianti visualmente a una dimensione sonora, seguono, presenti in mostra, i Rythmes Horizontaux e Verticaux dell’Alphabet grec (1963-1965) nelle cinque opere monocrome a spatola e le Compositions spatiales Blanche e Rouge (1964-1967), a tempera, strutturate su bande orizzontali di tessuto trapuntato, con piume all’interno, rinvianti, mentalmente, allo spazio totale degli Achromes (1957-1963) di Piero Manzoni, inizialmente bianchi. Intimamente significativa, l’installazione parziale del suo atelier francese al piano superiore degli spazi espositivi  e insieme celebrativa del 1965 come momento nodale del suo lavoro, quando traccia, con la pittura bianca su fondo nero, il numero uno, delineando al tempo stesso l’icona dell’Infinito – OPAŁKA 1965/1 – ∞ Détail  – e il suo progetto di vita. È percepibile in mostra il passaggio da una condizione dionisiaca a una apollinea, da un caos brulicante iniziale a un equilibrio bianco universale, sempre nel perdurante flusso di una durata bergsoniana. Raggiunta la figura numerica di 1000000, nel 1972, decide di aggiungervi progressivamente l’1% di bianco. Sarà nel 2008 che questo monaco della scrittura in pittura raggiungerà “le blanc mérité”, dipingendo con il bianco su bianco. Dopo aver presentato l’origine e la fine del mondo con la sua microsegnaletica implosiva, esplosiva, attrattiva, immersiva, Opałka decide nel 1965, come sopra accennato, di mettere un punto fermo alla sua opera designandolo con il numero uno e da lì procedere fino a un infinito segnato dal limite di un soggetto umano che viva, ipoteticamente, fino al compimento di una tela che riporti sette volte il sette. Il 6 agosto 2011, alla sua morte quando ormai il suo progetto pittorico-scritturale-concettuale è, da tempo, arrivato al bianco su bianco, il Détail della sua Description du monde tocca il numero 5.607.249. La mostra veneziana accade come una sublime promenade nel tempo di Proust, nella durata di Bergson, verso il bianco mentale, il dileguarsi del  tocco di pennello nella trasparenza dell’acqua.

Viana Conti