Recensioni /

Mircea Cantor Fondazione Giuliani / Roma

Si prova, visitando “Your Ruins Are My Flag”, la mostra di Mircea Cantor alla Fondazione Giuliani, un vago senso di déjà vu, e il bisogno di qualcosa di sorprendente che, a dispetto della dimensione e della spettacolarità di molti lavori in mostra, per qualche ragione, resta inappagato (unica eccezione per Disrupted Air [2017], dove dei lacerti di carta di quotidiano sono posati su una distesa di piante di spatifillo, un lavoro che da solo vale una visita).
Intendiamoci, la mostra include molte opere, ben allestite, dispiegate con cura attorno a un progetto che è nato appositamente per gli spazi della fondazione, ma il senso di già visto ha a che fare con la maggior parte dei lavori in mostra, la cui struttura fa pensare a una deriva un po’ esangue delle poetiche unmonumental che tanto hanno segnato la ricerca degli artisti all’inizio del nuovo millennio: pratiche che rinviano all’articolazione classica della scultura “basamento/oggetto” per colpirla e sovvertirla; a una monumentalità che collassa, a una verticalità precaria, all’idea di spazio di pertinenza (della scultura) come confine instabile.
In mostra quasi tutti i lavori rimandano a questa sintassi antimonumentale, e richiamano una dimensione di ciclicità dove finiscono come in un gorgo passato, presente e futuro, disastri della guerra e desiderio di rinnovamento. Elementi eterogenei ritornano assemblati e combinati in modo diverso: un tappeto elastico può reggere il peso di un ammasso di mattoni e calcinacci fino al limite delle sue possibilità (Haiku Under Tension [2017]); un terreno fatto degli stessi mattoni e calcinacci è quello in cui si conficcano due bandiere d’acciaio, irrimediabilmente statiche (Give More Sky to the Flags [2016]); il tappeto elastico regge il peso di una colonna tortile realizzata in sapone, un sapone che appartiene all’antica tradizione della martoriata città siriana di Aleppo (Diagonal Aleppo [2017]). La colonna appare diverse volte – fratturata eppure ancora in piedi, o pericolosamente pendula, o giacente in orizzontale su un tappeto di fogli di poliuretano – ed è il vero fulcro energetico della mostra: sprigiona un profumo intenso e nauseabondo, che resta incollato allo spettatore in tutte le sale.

Davide Ferri