Recensioni /

Luciano Fabro Simon Lee / Londra

Nel 1967 Germano Celant, sulle pagine del manifesto dell’Arte povera, osserva come Luciano Fabro “ripropone la scoperta del pavimento, dell’angolo, dell’asse che unisce soffitto e pavimento di una stanza, non si preoccupa di soddisfare il sistema, vuole sviscerarlo” (“Arte povera. Appunti per una guerriglia”, in Flash Art, no. 5, novembre – dicembre, 1967, p. 4). Come sottolinea Celant, Fabro si spinge oltre il semplice utilizzo di materiali poveri, manifestando una complessità intellettuale vicina ai più coevi approcci di fruizione dell’opera d’arte.
I lavori in mostra alla galleria Simon Lee di Londra, mediante le componenti in metallo o in vetro, disorientano la modalità con cui sia il corpo che l’occhio dell’osservatore si approccia ad essi.
Mostrando i loro limiti spaziali (e quindi istituzionali), opere come Croce (1965-2001), una grande croce in acciaio inossidabile, e Asta (1965-2001), un palo che pende dal soffitto e arriva appena sopra il pavimento bloccando un’uscita, occupano il maggiore spazio possibile con la minore quantità di materiale necessario. Il percorso dei visitatori è determinato attraverso la successione di una serie di lavori: Tondo e rettangolo (1964-2004), Mezzo specchiato mezzo trasparente e Tutto trasparente (entrambi 1965-2007) e Buco (1963-2005), porzioni di metallo freddo, vetro e specchio le cui forme distaccate trasformano la galleria in un’entità trasparente (tutte le pareti sono bianche) che si pone come una riflessione lungimirante sulla nostra realtà tardo-capitalista.
Altre costruzioni dall’aspetto più ludico sembrano tuttavia stressare lo spazio. Ruota (1964-2001) e Squadra (1965-2001), montate all’estremità di una parete, si contraggono e si flettono a causa della gravità; così facendo ammorbidiscono la forma rigida delle sculture in un modo che riflette la valenza storica dell’artista quale anello di collegamento fra gli sviluppi artistici in Italia e le narrazioni post-minimaliste internazionali degli anni Sessanta e Settanta.
Fabro durante una conversazione con Marcella Beccaria, in occasione della sua mostra al Castello di Rivoli nel 1989, afferma: “La forma dell’Italia è statica, immobile, misuro la mobilità delle mie mani su una cosa ferma”. A cinquant’anni dalla pubblicazione del manifesto dell’Arte povera, la messa in scena secondo il modello originale dei lavori di Fabro pare rivelare l’immobilità dei nostri sé precostituiti.

Alex Estorick

(Traduzione dall’inglese di Eleonora Milani)