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Hayley Silverman VEDA / Firenze

Due figure alate galleggiano nell’ampio volume verticale della galleria. La luce naturale che filtra dalla grande vetrina ne modula i contorni e modifica lentamente le loro trasparenze. Le forme, realizzate in cristallo soffiato, sono infantili, delicate e kitsch al tempo stesso, ma non per questo distraggono dal racconto di cui sono portatrici.
Un filamento di rame ne attraversa i corpi cavi collegandoli al soffitto, mentre catene dorate ne tengono unite le giunture. Fra loro, un uccello trafitto da una freccia è immobilizzato in una caduta perenne. La sua figura è incorniciata da un dipinto murale che, con un paesaggio notturno, completa questo gruppo scultoreo trasparente (Attention is the beginning of devotion [2017]).
Con queste marionette luminescenti, Hayley Silverman vuole mettere in scena un parallelismo fra il corpo degli angeli, supporto e mezzo di comunicazione divino, e il flusso d’informazioni raramente discriminato che caratterizza l’era digitale e i suoi big data. Entrambi i corpi – angelici e virtuali, invisibili e materiali – si sostengono nella raccolta incessante d’informazioni che i nostri comportamenti producono, spesso al di fuori della nostra attenzione.
Nella seconda sala, un frammento di cavo, utilizzato per la trasmissione di dati fra oceani e continenti, espone i suoi filamenti interni. Questo strumento di comunicazione, normalmente nascosto al nostro sguardo, è ora trasformato in una composizione estetica e floreale (Cable bouquet [2017]).
Silverman sembra essere dunque alla ricerca di una trasparenza dei supporti della nostra vita quotidiana, spirituale, digitale o sensuale essa sia. Il soggetto della fotografia che conclude e dona il titolo alla mostra (The living watch over the living [2017]) è a sua volta un nuovo portatore d’informazioni. Colto nell’intimità di un appartamento in penombra, si mostra attraverso lo sguardo dell’artista nel suo essere uno stimolo di conoscenza, sensibile ed estetica, silenziosa e poetica, nata nell’incontro e nella vicinanza dei propri sguardi.

Davide Daninos