Recensioni /

Gordon Matta-Clark e Heidi Bucher Alma Zevi / Venezia

Dall’esterno all’interno, dal rumore della calle all’intimità della stanza, dal presente al passato degli anni Settanta. È un passaggio spazio-temporale quello innescato dalle opere di Gordon Matta-Clark e Heidi Bucher presenti nella mostra “Floors” alla galleria Alma Zevi a Venezia.
A metà strada tra scultura, performance e pittura le loro ricerche artistiche si sono entrambe sedimentate e sviluppate all’interno delle architetture attuando una distorsione e una reinvenzione quasi ossessiva delle strutture. In mostra le fotografie della serie Bronx Floors (1972) di Matta-Clark, in cui l’artista sovverte la funzione architettonica di un edificio abbandonato di New York sventrando le assi del pavimento. Disegnando nuove cavità, Matta-Clark non solo mette in discussione la nostra sfera percettiva e la nostra capacità di abitare uno spazio, ma innesca anche uno straniamento tra la violenza del gesto e la bellezza del blocco di assi tenuto insieme da un lembo di moquette lievemente staccato. Allo stesso modo, i Borg floors (1975-77) di Bucher, appesi alle pareti, riescono, nonostante un gesto simile a uno scuoiamento, a rivestirsi di carica poetica. Il calco del pavimento del suo studio, luogo intimo e personale, si trasforma in una sorta di seconda pelle acquisendo una nuova consistenza che, come in un tracciato di arterie, imprime nella cera e nella brillantezza della madreperla il vissuto di quel luogo. Le assenze e le presenze, unite alla necessità di sovvertire gli spazi e in qualche modo se stessi, portano gli artisti a prendere in considerazione anche il corpo; corpo che entrambi, insieme ai rispettivi compagni scandagliano nel 1972 – per una singolare coincidenza – attraverso due filmati sperimentali, oggi posti in vetrina e visibili così dall’esterno. Con Dance Tree di Matta-Clark e Body Shells di Bucher, gli artisti combinano la performance alla danza in un gioco di precari equilibri e nuove ricerche spaziali.

Michela Murialdo