Recensioni /

Eva Marisaldi De’ Foscherari / Bologna

Eva Marisaldi ha sempre avuto l’immenso talento di far coesistere differenti piani di immersione e riflessione; livelli che, sovrapposti l’un l’altro, vanno a costituire un’unica esperienza.
“Surround”, titolo della mostra presso la galleria De’ Foscherari di Bologna, annuncia da subito questa stratificazione, innescando una fruizione diversificata e, allo stesso tempo, unita.
A pavimento sono collocati gli Spostati (2017), scatole di cartone e cartapesta, mobili, leggeri e malleabili quanto basta da delineare l’urgenza dell’artista di lavorare con materiali poveri ma versatili. La cartapesta infatti, solitamente usata per feste e allestimenti effimeri, nella pratica di Marisaldi si struttura come un’imponente presenza ludica. Se poi da quelle strutture alienate escono suoni sommessi e solo lievemente percepibili la coincidenza di un ascolto istantaneo e un ascolto memoriale, quasi come se fosse un tarlo dentro di noi, si amplifica fino a diventare assordante. Alzando lo sguardo dal pavimento, 96 fotocopie di disegni si succedono, come a comporre un lungo piano sequenza; tratti da Il coltello nell’acqua, il lungometraggio di Roman Polanski realizzato nel 1962, immergono lo spettatore in uno storytelling tangenziale al ricordo dello stesso film. Le colorature blu dei disegni fanno da contrappunto cromatico e sinestetico alla scultura cinetica Surround (Onda), realizzata in collaborazione con Enrico Serotti.
Lo spazio, quindi, diviene una scatola da girare e rigirare a proprio piacimento nella quale i tre livelli (pavimento, parete e soffitto) si snodano capovolgendosi in una sola grande traccia sensoriale, in cui tutto si svolge continuamente, senza mai interrompersi. I tre livelli di “azione e reazione” sono in realtà il flusso della memoria, dell’ascolto e dell’esperienza di una vita che da singola diviene collettiva.

Fabiola Naldi