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Nan Goldin La Triennale / Milano

The Ballad of Sexual Dependency, lo slide show della celebre fotografa americana Nan Goldin, arriva quest’anno in Italia negli spazi della Triennale di Milano in un’esposizione a cura di François Hébel, in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo.
L’opera, costituita da un corpus di scatti di per sé concluso di circa settecento fotografie a colori, è di fatto un lavoro aperto: ogni versione differisce dalle altre per la sequenza delle immagini, oltre che per la colonna sonora che accompagna la proiezione e la sua durata, in questo caso di circa 42 minuti. L’opera di Goldin ha a che fare principalmente con il concetto di perdita e con la ricerca di un modo per riuscire a convivere con essa. Le immagini, infatti, mettono in scena – affermandolo e ribadendolo continuamente – un forte senso di scomparsa e l’impatto che questo ha sulla vita. Il legame a doppio filo che unisce presenza e assenza e che caratterizza l’intera opera era già presente nelle prime proiezioni newyorkesi della fine degli anni Settanta e Ottanta, che avvenivano in contesti informali, senza una sequenza definita e, in alcuni casi, senza alcun apporto sonoro, e a cui assistevano anche gli stessi soggetti immortalati nelle fotografie.
La Ballad, più che raffigurare degli episodi veri e propri, mette in scena una serie di momenti, rendendoci familiari i volti di amici o amanti che ritornano nel corso della proiezione, e crea una storia mentre la rappresenta. Allo stesso modo, i primi slide show creavano una comunità nell’istante in cui le luci si spegnevano per permettere la proiezione.
In questo senso, il flash – di cui Goldin fa largo uso – contribuisce a fare di ogni singola immagine un illuminato frammento di un passato vissuto in ambienti estremamente bui, anche quando tutto il mondo che vediamo è ormai scomparso. L’uso peculiare della luce, unito alla scelta di focali corte (che riducono così la distanza fisica tra fotografo e soggetto fotografato) e alla rapida successione delle immagini, ci portano violentemente di fronte alla sua realtà.
Goldin è sempre e costantemente dentro l’opera – il suo volto e il suo corpo entrano all’interno degli scatti per mezzo di giochi di specchi o di riflessi o con dei veri e propri autoritratti –, invece ciò che noi percepiamo è solo una porzione illuminata di questo universo, che rimane un “fuori” del quale non possiamo prendere effettivamente parte. La forza del suo punto di vista rovescia ogni idea relativa a una situazione di emarginazione. Per Goldin e la sua comunità, infatti, la realtà corrisponde a loro stessi, e le immagini evidenziano una radicata asimmetria rispetto a chi guarda.
A distanza di quasi quarant’anni dalla sua prima proiezione, la Ballad cattura il nostro sguardo e ci mette di fronte alla rappresentazione di un mondo, quasi come se non esistesse altro che quello. Ancora una volta, a luci spente.

Lucia Coco