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Margherita Raso Fanta Spazio / Milano

Le primissime immagini della mostra, ciò che si vede dopo essere entrati tramite la piccola porta di metallo, sono riempite dal bianco della parete di fondo, e nient’altro. Il lavoro di Margherita Raso infatti è altrove: corre da una parete laterale all’altra passando per il soffitto curvo – il nocciolo di Fanta Spazio. Questo gesto iniziale mette in discussione la preminenza del “vero luogo della pittura”, ovvero la fascia orizzontale all’altezza degli occhi, occupandone le zone di scarto (per utilizzare una definizione coniata da Italo Calvino in “La Squadratura”, testo per il catalogo Idem di Giulio Paolini). Eppure, la solennità dell’installazione trafigge e disorienta.
Senza Titolo (2017) è una scultura composta da sette fasci in tessuto jacquard disposti parallelamente, ciascuno fissato tramite piccole calamite. I fasci non sono tesi ma drappeggiati sulla falsariga del rivestimento sottostante in lamiera ondulata, che sostiene e informa il lavoro. Nella parte inferiore si individuano due disegni blu navy alternarsi sulle superfici argentee: una coppia di gambe in retiré e un’altra coppia di gambe, questa volta unite, e fiancheggiate da un braccio della stessa lunghezza. Salendo con lo sguardo verso la parte superiore si vedono gli arti iniziare a ruotare su se stessi fino a rendersi progressivamente illeggibili se non nella furia del loro movimento centrifugo.
La natura del disegno, che compenetra umano e macchinico in una sorta di oggetto vivente, riverbera con quella del tessuto jacquard, dove a compenetrarsi sono immagine e oggetto in una sorta di immagine scultorea. Più radicale della tecnica dello stiacciato, che permette di realizzare un bassorilievo con variazione materiche minime rispetto al fondo, il telaio jacquard può infatti creare un rilievo senza aggiungere o togliere materia, per cui il tratto del disegno viene semplicemente corrugato in una grinza del tessuto.
Come per i già accennati parametri umano/non-umano e immagine/oggetto, c’è un’ambiguità categoriale di fondo che il lavoro esercita e che impedisce di parlare di scultura senza parlare di architettura. Per questo motivo si potrebbe pensare alla scultura di Raso come a un protiro, cioè quell’elemento architettonico antistante il portale di una chiesa in stile romanico, con modanatura a colonnine e archivolto decorato. Il suo aspetto strutturale di liminalità, in quanto spazio sacro da attraversare, risuona con l’architettura di Fanta Spazio, con il suo essere spazio di risulta sotto un ponte ferroviario.

Bianca Stoppani