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Artissima 2017

Come una falena alla fiamma – per riprendere il titolo della maxi-mostra proposta da OGR e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo –, ogni anno dal 1994, il pubblico aduso all’arte libra attorno ad Artissima e all’esteso calendario d’eventi generato dalla fiera torinese, nel côté della (sempre più) ospitale e raffinata città sabauda: un’elegante dama mantata da un fogliame ocra e porpora e profumata di nocciole e acqua piovana. “Artissima non potrebbe esistere in nessun altro luogo, se non a Torino”, scrive Vittoria Martini nel saggio “Re-contextualizing the Art Fair: Part One” per The Exhibitionist, partendo dal discorso sviluppato da Elena Filipovic in “The Global White Cube” relativo alla necessità di “localizzare” progetti artistici e contestualizzarli all’interno della cornice (temporale, geografica, storica, discorsiva e istituzionale) in cui prendono vita. Ed effettivamente Artissima si genera ed è generata a Torino, una città spontaneamente incline all’arte contemporanea, come dimostrano sia i suoi, indimenticabili, fasti del passato che le manifestazioni odierne (“Luci d’Artista”, ad esempio). Quest’anno pare, però, si sia introdotta una piccola rivoluzione copernicana: la città da semplice scenario è stata trasformata in soggetto, entrando all’interno della fiera e divenendo protagonista di diverse manifestazioni collaterali – basti pensare al re-design dello spazio fieristico da parte dello studio Vudafieri-Saverino che per il posizionamento degli stand ha ripreso la maglia barocca della città, o a progetti curatoriali contestuali alla fiera come “Deposito d’Arte Italiana Presente” e  “Piper. Learning at the discotheque”, su cui mi soffermerò più avanti.

Venendo al fulcro, Artssima 2017 – per il primo anno diretta da Ilaria Bonacossa che subentra dopo cinque anni di mandato di Sara Cosulich – si pone in parte in continuità e, in buona parte, in contrasto con le edizioni precedenti. Spariscono dunque le sezioni “Per4m” (dedicata alla performance) e “In Mostra” (sezione espositiva interna alla fiera ma esterna alle vendite, progettata da un curatore libero di attingere dal bacino di collezioni pubbliche e private torinesi), per fare spazio alla sezione “Disegni”, e a due progetti curatoriali già menzionati, “Deposito d’Arte Italiana Presente” e “Piper”.
Bonacossa ha più volte sottolineato quanto quest’edizione si debba considerare un episodio pilota; una prova di accensione di un ingranaggio fieristico complesso e lento nell’avvio a pieno regime. E forse qualche inciampo si è percepito particolarmente nella sezione “Disegni”, che porta a interrogarsi su quanto, ancora oggi, abbia senso compartimentare i linguaggi artistici all’interno di una fiera, soprattutto se poi i curatori della sezione Luìs Silva e João Mourão nel saggio in catalogo denunciano la necessità di ampliare e “superare le definizioni convenzionali” legate ai mezzi d’espressione artistica. Nulla però si vuole togliere alla qualità dei lavori esposti, come l’ambientale intervento presentato da Patrizio Di Massimo con T293 (Roma) o i disegni a grafite su carta di Andrea Romano con Vistamare (Pescara).
A imporsi come uno spazio di rottura rispetto alla standardizzata scansione fieristica è il “Piper”, una piattaforma di studio a cura di Paola Nicolin che indaga il rapporto tra clubbing e arte, a partire dall’esperienza del Piper torinese, la discoteca progettata da Pietro Derossi con Giorgio Ceretti e Riccardo Rosso, attiva dal 1966 al 1969 e frequentata da Pistoletto, Boetti, Gilardi, Merz, Piacentino, ma anche Quartucci, Patty Pravo, il Living Theater e Carmelo Bene.
Ma il ricontestualizzare la fiera a Torino si fa discorso articolato e compiuto nel “Deposito d’Arte Italiana Presente”. A cura di Bonacossa e Martini, il progetto espositivo propone le opere di 128 artisti italiani realizzate dal 1994 – anno della fondazione di Artissima – a oggi, e prende le mosse dal Deposito d’Arte Presente, attivo solamente un anno tra il ’67 e il ’68 e subito diventato leggenda: un luogo espositivo sperimentale, “aperto e vivo”, fortemente voluto da Pistoletto, Gilardi, Zorio ma soprattutto dal loro gallerista, Gian Enzo Sperone. Il deposito odierno dimentica l’ariosità e gli ampi spazi di quello speroniano, perde la funzione di produzione e si fa magazzino, accogliendo le opere in scaffali e creando un cortocircuito storico che invita il visitatore ad assimilare l’arte di un ventennio attraverso un solo sguardo.
Tornando però alle sezioni, “Main Section” ha raccolto una buona scelta di gallerie, tra cui Rodeo (Londra), che ha presentato l’indagine di Sidsel Meineche Hansen attorno alla pornografia (in fiera era presente il provocatorio video DICKGIRL 3D(X) [2016]); Sommer (Tel Aviv) con il lavoro installativo e sonoro di Tamar Harpaz Christine (2017); Jocelyn Wolff (Parigi) con dei muscolari disegni di Miriam Cahn. Per quanto riguarda “Present Future”, è inevitabile non menzionare i rifugi casalinghi ritratti nelle fotografie in bianco e nero da Joanna Piotrowska per Madragoa (Lisbona) e Cally Spooner, vincitrice quest’anno del premio illy Present Future, presentata da GB Agency (Parigi) e Zero… (Milano) La sezione “Back To The Future” è apparsa più sottotono rispetto alle scorse edizioni, sebbene Amalia Del Ponte (per galleria Milano) e Corrado Levi (per Ribot [Milano]) abbiano riportato l’attenzione su ricerche d’avanguardia (e che non hanno mai cessato di esserlo) finora poco considerate dal mercato dell’arte. Tra le “New Entries” Acappella di Napoli e Bad Reputation di Los Angeles hanno mostrato freschezza e una ricercata selezione di artisti.

Ma è uscendo dall’Oval che si scopre un’altra dimensione, quella di una scena artistica torinese vitale e ricca di spazi ed eventi eclettici, visitati da un pubblico sempre più internazionale e all’inseguimento del fuoco fatuo contemporaneo. La febbre dell’opening contagia tutti: dai musei agli spazi progetto, dalle gallerie alle fondazioni, dai festival alle fiere collaterali (uno dei formati più discussi che però, per l’alto numero di manifestazioni – Flashback, Dama, The Others, Paratissima, Flat – caratterizza fortemente l’art week torinese). Una rete sistemica che ha compreso la necessità di differenziarsi dall’omologazione degli eventi internazionali, reagendo con una contestualizzazione all’interno della propria cornice.
A proporre una delle più toccanti mostre italiane dell’ultimo anno è il Castello di Rivoli, con la retrospettiva di Gilberto Zorio, che celebra i cinquant’anni dalla nascita del movimento dell’Arte povera. L’artista interviene direttamente sull’esperienza dello spettatore, che si trova ad essere esso stesso oggetto di indagine, una particella all’interno di un sistema in continua palingenesi (che arriva a corrispondere con il dispositivo mostra) attivato da quelle reazioni fisiche e chimiche da sempre alla base della ricerca di Zorio. Nel frattempo, l’altra metà del Castello è occupata da Anna Boghiguian, artista armena che rende la Manica Lunga un volume da sfogliare, leggere, dimenticare e leggere di nuovo.
“Radicare una mostra a un luogo”, secondo le parole di Tom Eccles, è l’obiettivo di “Come una falena alla fiamma”, mostra sviluppata presso OGR e Fondazione Sadretto Re Rebaudengo, curata da Eccles, Mark Rappolt e Liam Gillick. Una triade curatoriale singolare, che sceglie come incipit il neon di Cerith Wyn Evans In girum imus nocte et consumimur igni (2006) – ispirata dal titolo dell’ultimo film di Guy Debord – per condurre una riflessione intorno all’incertezza, alla deriva, alla necessità di rinnovamento, attingendo alle opere appartenenti a collezioni pubbliche e private torinesi.
Fondazione Sandretto presenta, in aggiunta, una personale del pittore russo Sanya Kantarovsky. Sviluppata in un’unica sala, la mostra presenta sulla parete frontale un murales dal tono blu petrolio di un “Khrushchyovka”, edificio popolare diffuso in Unione Sovietica negli anni Sessanta, mentre a terra giacciono giochi per bambini a forma di tartaruga, di quelli che si trovano nei giardini e nei parchi pubblici. Alle pareti bianche e sul murales stesso sono collocati dipinti raffiguranti umani sospesi in un’atmosfera tragica e dolorosa che riportano al danno statale di una povertà cogente.
Ancora sulla città è la mostra di Carlos Garaicoa alla Fondazione Merz. L’urbano è qui uno spazio ideale, un luogo di partecipazione e di crescita di storie e prospettive dove l’azione di progettare unisce utopia e esigenze reali. L’artista cubano si sofferma particolarmente su Torino e sulle spinte (industriali, razionaliste, di riuso) che hanno guidato lo sviluppo della città.
Numerose le mostre in gallerie e fondazioni: Guido Costa omaggia la scomparsa di Chiara Fumai con “Nico Fumai: being remixed”, retrospettiva attorno a una delle prime ricerche affrontate da Fumai legata alla figura del padre; Fondazione Sardi per l’Arte presenta all’università di Torino “Remains of What Has Not Been Said”, recente progetto dell’artista Fatma Bucak, vincitrice nel 2013 del premio illy. Franco Noero attiva entrambi i suoi spazi (Via Mottalciata con Mario Garcia Torres e Piazza Carignano con Pablo Bronstein) e invade anche il vicino Museo del Risorgimento con Tabula Rasa (2017) di Martino Gamper. Tramite peculiari carte da parati installate sulle pareti del palazzo barocco di Piazza Carignagno, l’allestimento di Bronstein riesce a domare l’opulenza dello spazio, riordinandola e inserendo un’ulteriore dimensione geografica e semantica legata alla Cina. Norma Mangione apre, invece, con la personale di Anita Leisz, a cura di Tenzing Barshee, e un progetto off-site di Francesco Pedraglio. La mostra in galleria, pulita ed elegante, conduce lo spettatore all’interno della processualità di Leisz, la quale utilizza materiali solitamente impiegati nell’edilizia per la realizzazione di quadri ingannevoli, lavori che riportano radicalmente a un ragionamento sul confine e la separazione tra interno ed esterno.
Tra gli spazi progetto, a contraddistinguersi quest’anno oltre a Cripta747, sono il giovane Treti Galaxie – che apre il Forte Pastiss con le opere di Clémence de La Tour du Pin – e CLOG, lo spazio in Via Giulia di Barolo fondato e a cura di Lucrezia Calabrò Visconti e Cosimo Piga che, in collaborazione con Tile, invita il pubblico schizofrenico, stremato dalla settimana dell’arte e dal loisir più sfrenato del Club To Club (che quest’anno ha portato a Torino Liberato, Arca, Nicolas Jaar, Kraftwerk, tra gli altri), a prendersi una pausa-sigaretta all’interno della mostra-progetto “Self Care While Smoking”. Un’altra sosta è proposta da Barriera, che da consuetudine invita a una colazione domenicale per esplorare “Collegati Scollegati Collegati…” esposizione di Jonathan Monk e Ariel Schlesinger, in collaborazione con la galleria Massimo Minini.

L’attraversamento incessante della città arriva alla sua compiutezza ma anche, in un certo senso, ad una dichiarazione di débâcle, con la performance progettata da Ludovica Carbotta e presentata presso Blank la sera di sabato 4 novembre. Ultimo capitolo di Monowe – la ricerca di Carbotta attorno a una città immaginaria chiamata appunto Monowe e popolata idealmente da un solo abitante – la performance si è strutturata in un’intervista dell’unico cittadino a sé stesso. L’interprete femminile, in dialogo tra un sé presente e un sé assente – la presenza è garantita attraverso una registrazione vocale emessa da una grossa cuffia alle orecchie della performer – ragiona individualmente sulla difficoltà di definire e, soprattutto, trasmettere agli altri la complessità di un sistema come quello di Monowe, metafora dell’inafferrabilità di una urbanità diafana e mobile.
A volte la localizzazione di progetti (per riprendere le fila di Filipovic) porta ad aporie, incursioni in territori opachi e contraddittori colmi di conflitti ancora non elaborati. A Monowe la sicurezza è al confine con la prigionia, proprio come accade nelle gated community sparse per il globo. A Torino l’orgoglio per il suo passato poverista arriva talvolta a coincidere con il rimpianto, in breve tempo trasformato in uno spettro che continua a tormentare le nuove generazioni.
Ed è forse questo il momento più stimolante del processo di ri-contestualizzazione, ovvero quando si supera la mera riproposizione e si affrontano crisi e conflitti, e il fallimento è il terminus da cui ripartire.

Giulia Gregnanin