Recensioni /

Terry Atkinson Galleria Six / Milano

Terry Atkinson, uno dei padri fondatori, nel 1968, del movimento Art & Language, caposaldo dell’arte concettuale, è presente alla Galleria Six con una mostra da lui stesso concepita, che riassume ed esemplifica per la prima volta in Italia quasi tutta la parabola della sua ricerca, con lavori che spaziano dagli anni ’70 al 2003.
Il suo concettualismo è denso, caldo, materico, sostanziato di umori e di racconti. Nel caso in cui scelga la pittura come medium, questa, memore del pop britannico più raffinato, è sempre funzionale a un messaggio da trasmettere, a un pensiero da sviluppare e da condividere con lo spettatore. Nella mostra spicca per le dimensioni Postcard from Trotsky in Concentration Camp in Nova Scotia 1917, to John Locke in Somerset 1690 […] (1982), un dipinto che incorpora cappellini femminili, ponendosi come un eloquente compendio dell’ininterrotto confronto dell’artista inglese con la storia. Si tratta però di una storia non ufficiale, non convenzionale, fatta di retroazioni, di anacronismi incrociati, di sintomi mai completamente decifrati, di parallelismi sorprendenti. L’intento è decostruttivo, mai celebrativo.
Little Greaser 2 (1988) rappresenta qui il ciclo dedicato a un elemento, il grasso, che, nell’opera è rappreso entro solchi geometrici, significando l’instabilità e la refrattarietà a qualsiasi tipo di fissazione.
I colori uniformi, caramellati e accattivanti della serie Enola Gay, realizzata tra il 1988 e il 1992, sono pensati come il contrappunto cromatico di una giornata nera per l’umanità, il lancio della prima bomba atomica. La sagoma dell’aereo portatore di distruzione è appena visibile, un’ombra diafana nel deserto del monocromo, come il ronzio lontano che dovette essere percepito quel giorno nel cielo. I bordi di questi dipinti, dal taglio lievemente obliquo e con gli angoli recisi a uno dei lati, ricordano il contorno di una rudimentale ascia: l’immagine che simboleggia l’arma di distruzione di massa della guerra moderna e il motivo ancestrale dell’arma intagliata nella selce si coniugano così in una sovrapposizione che vale come un fulminante sunto di antropologia.

Alberto Mugnaini