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Massimo Bartolini Fondazione Merz / Torino

Four Organs (1970) di Steve Reich è una composizione musicale che potreste non voler ascoltare o che, quanto meno, potreste interrompere dopo pochi minuti. Quattro organi suonano contemporaneamente con un ritmo costante e ascensionale mentre un suono ininterrotto di maracas accompagna l’intera esecuzione. Eppure non sono i suoni a infastidire di più, ciò che potrebbe  sopportarsi a stento è la concentrazione che quel brano richiede.
La mostra di Massimo Bartolini prende il titolo da questa composizione musicale e porta all’interno dei bianchi e luminosi spazi della Fondazione Merz cinque installazioni sonore tra cui quattro organi e una “macchina da maracas”. Nel cortile esterno, invece, una delle sue grandi installazioni luminose, composta dalle luminarie festive adagiate a terra, viene azionata da Starless dei King Crimson.
Tra composizioni inedite, sperimentazioni e omaggi musicali le opere lasciano il visitatore completamente solo all’interno dello spazio, immerso nei suoi pensieri, ma avvolto dai ritmi ripetuti e costanti che ne accompagnano ogni movimento.
La verticalità di un ponteggio spinge il suono di un organo fino al soffitto (Otra Fiesta, 2013), tuttavia non sono solo i suoni a condurre il visitatore tra le stanze, bensì i silenzi, quelli improvvisi o fiduciosi, che seguono o precedono le varie installazioni. Come nel caso di In a Landscape (2017) in cui lo spettatore si affaccia in un pozzo con la speranza di riuscire a percepire qualcosa.
“Four Organs” di Bartolini è una riflessione che potremmo non voler fare, uno spettacolo che ha tagliato via gli applausi e ha svelato il momento della composizione, con tutto il suo carico di poesia e di tormento.
Bartolini fa ancora parte di quella cerchia di poeti, ormai in via d’estinzione, amanti del tempo, del suo incedere e della contemplazione dello stesso. Un tempo in cui tutto è scorrere, ascoltare e riflettere, ma come affermava l’artista già nel 2008 nella sua grande installazione realizzata per il MAXXI di Roma: “Anche oggi niente”.

Alberta Romano