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Glenn Brown Museo Stefano Bardini / Firenze

La mostra personale di Glenn Brown viene ospitata nel museo che prende il nome dal suo ideatore, Stefano Bardini (1836-1922), il più autorevole antiquario italiano che decise di trasformare la propria collezione in museo e di donarla al Comune di Firenze.
La ricerca dell’artista britannico rinnega persistentemente la necessità dell’originalità rispetto al passato e si caratterizza da un evidente gusto per l’umorismo, il kitsch e persino per il piacere della distruzione e il fascino per la decomposizione della forma umana. In questo senso, Brown si appropria delle immagini della storia dell’arte e delle sue connotazioni, rielaborandole, confutando una linea citazionista o anacronistica e annullando qualunque riferimento diretto, per portarci in un costante flusso mentale.
La mostra prende spunto proprio dalla sua profonda conoscenza della storia dell’arte e da un approccio manierista nei suoi confronti: evidenti i rimandi e i richiami alla grafica tedesca del XVI e del XVII secolo, alla pittura del Settecento, ai disegni di Goya o al surrealismo. Sono una trentina i lavori che si snodano per i tre piani del museo e che si distinguono, si nascondono, emergerono o si mimetizzano nella collezione;  nonostante a volte questo gioco diventi forzato o troppo vincolato, in linea generale riesce a mantenere un’indiscutibile tensione nel visitatore.
Insieme a sculture esuberanti, grottesche e ammalianti, emergono i dipinti e soprattutto i magnifici disegni realizzati con segni brevi, decisi e vertiginosi, aggrovigliati e contorti in cui nulla è abbastanza solido e tutto diventa vaporoso. L’annullamento di qualunque prospettiva o contesto origina dei lavori con contorni fumosi e tenebri che evidenziano un’inquietante psicologia. Pose plastiche e ritratti abbozzati su sfondi sfocati o alberi secchi con i rami piegati dal vento che sembrano essere prelevati da una scena in mezzo a una tempesta. Non sfugge una certa componente enigmatica, sfuggente, inafferrabile e misteriosa che viene amplificata dal contesto fiorentino in cui la mostra si svolge.

Angel Moya Garcia