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ArtVerona

L’eterogenea galassia delle fiere d’arte contemporanea raccoglie sotto un’unica terminologia realtà con intenti e modi di operare molto diversi. Gli eventi che oggi si sono ritagliati un ruolo preponderante nel sistema dell’arte sono quelli che si sono configurati come crocevia, luoghi insieme di intercettazione, lettura e propulsione rispetto alle dinamiche del sistema stesso, alle esigenze dei suoi attori e dei territori coinvolti, offrendo occasioni di incontro, dibattito e sperimentazione.
L’edizione 2017 di ArtVerona é riuscita a essere questo, una fiera che lavora sul sistema dell’arte promuovendo sinergie aperte al confronto reale (e realistico). Sotto la nuova guida di Adriana Polveroni nel ruolo di direttrice artistica per il prossimo triennio, assieme al Comitato di Indirizzo di ArtVerona – con Mauro De Iorio, Giorgio Fasol, Michele Furlanetto, Patrizia Moroso, Cristiano Seganfreddo, Catterina Seia e, da quest’anno, il collezionista Diego Bergamaschi – la fiera veronese è riuscita stabilire una continuità con ciò che di positivo si è proposto nelle precedenti edizioni e a aggiungere occasioni di ampliamento e nuove energie con due obiettivi principali: sancire in modo definitivo la portata nazionale dell’evento e lavorare sulla centralità del collezionismo attraverso una stretta collaborazione con il Consorzio Collezionisti delle Pianure – composto da trenta collezionisti e nato a supporto di ArtVerona. Ad alimentare la riflessione su questo tema hanno contribuito anche i progetti “Critical Collecting” e “La nuova indagine sul collezionismo”, che analizzano prassi multiformi e generazioni differenti di collezionisti.
140 le gallerie partecipanti, di cui 35 presenti per la prima volta, a cui si sono aggiunte 14 nuove realtà indipendenti e 20 operatori del settore editoria, per un’edizione che si è chiusa con la presenza di 23mila visitatori, con un più 26% nella giornata dedicata ai collezionisti (con 480 coppie di collezionisti vip italiani e stranieri ospitati in città, 30 in più rispetto alla scorsa edizione) e che ha registrato l’acquisto soprattutto di opere di artisti italiani giovani, mid-carrer e dei maestri.
Nei due padiglioni che hanno ospitato la vivace alternanza tra spazi indipendenti, gallerie nuove e gallerie che da anni operano nel mercato, si è creato un vibrante equilibrio, grazie sia al percorso scandito dalle cinque sezioni espositive (Grand Tour, Scouting – novità 2017 –, Main Section, Raw Zone e i8 – spazi indipendenti), sia agli eventi collaterali all’interno della fiera che hanno presentato proposte espositive, come Free Stage (con artisti che ancora non lavorano con una galleria) e King Kong e numerose occasioni di dibattito e incontro: ArtVerona Talk, Primo Amore, Atupertu, Critical Collecting e Collectors Studio.
Per la sua tredicesima edizione ArtVerona ha scelto come focus “Viaggio in Italia #Backtoitaly”, che attraverso una serie di incontri a cura di Paola Tognon, ha approfondito in modo serrato il tema centrale: raccontare cosa succede oggi in Italia, il sistema visto da dentro e da fuori, attraverso un alternarsi di punti di vista, narrazioni di esperienze e progetti in una dimensione sia nazione che internazionale per ripartire dal presente per proiettarsi nel futuro.
Nove i premi e i riconoscimenti assegnati, che rappresentano ciascuno storie e visioni differenti, per i quali è stato stanziato un plafond complessivo di 221mila euro: Concorso Icona (conferito a Flavio Favelli), Fondo Privato Acquisizioni (che ha acquistato undici lavori di Rebecca Ackroyd, Evgeny Antufiev, Olivio Barbieri, Luca Bertolo, Edson Chagas, Valerio Nicolai, Alek O., Athena Papadopoulos,  Navid Azimi Sajadi e due opere di Fatma Bucak), Premio Display (assegnato alle gallerie 10 A. M. Art di Milano e Z2O Sara Zanin Gallery di Roma), Premio OTTELLA for GAM (andato a bianco di Julia Bornefeld e Notes for a Book (“Dear Michel”) di Antonio Rovaldi), Sustainable Art Prize Ca’ Foscari (al collettivo formato da Sasha Vinci e Maria Grazia Galesi), Premio Fotografia Under 40 (al duo artistico The Cool Couple), Premio AMIA per i8 – Spazi Indipendenti (che ha premiato MORE – a museum of refused or unrealized art projects), Premio Rotary Club Asolo per i giovani artisti (a Dženan Hadžihasanović e Marco Neri) e Level 0 (in cui i direttori di dieci musei italiani hanno selezionato altrettanti artisti che esporranno nelle rispettive istituzioni: Alek O., Alice Cattaneo, Ivan Barlafante, Luca Cattaneo, Lucia Cristiani, Discipula, Fabrizio Prevedello, Arcangelo Sassolino, Anna Di Prospero, Concorso Icona e Julia Bornefel).
Ricco il fuorifiera, ArtVerona OFF, articolato in un percorso che può idealmente essere letto tracciando un filo rosso che parte dalla fiera, dalla sezione Free Stage dedicata agli artisti senza galleria, passando per gli spazi indipendenti e le gallerie, per entrare poi nelle mostre “Iconoclash – The Conflict of Images” al Museo di Castelvecchio, che esplora il mondo del collezionismo, e “Il mio Corpo nel tempo” con Lüthi, Ontani e Opalka alla GAM, a documentare la ricerca di quegli artisti che opera dopo opera negli anni hanno scritto la storia dell’arte, così come per Basilico con la mostra Architettura e Memoria, fino a addentrarsi nel Banchetto Palindromo di Daniel Spoerri, una cena-performance che dissolve i labili confini tra arte e realtà, per poi tornare per le vie della città con il Festival Veronetta.
Secondo le parole di Polveroni, l’edizione di quest’anno è “una fiera ‘aperta’, non modaiola o piegata ai diktat del mercato, e non fotocopia, uguale cioè alla maggior parte delle fiere che si vedono in giro. L’aspetto che tutti hanno apprezzato è stata una certa “freschezza”, una fiera che presentava realtà diverse dove, accanto al comparto forte del moderno, si trovavano le gallerie più giovani e di ricerca, gli indipendenti, sia come collettivi curatoriali che come artisti. Direi che ArtVerona è piaciuta soprattutto per questi motivi. Personalmente sono molto soddisfatta della presenza di tante buone gallerie giovani che per la prima volta hanno partecipato e per le quali dobbiamo lavorare di più nei prossimi anni, a partire dalla prossima edizione. Per fortuna ArtVerona può contare su tanti collezionisti che ci sostengono, ma costruire una realtà solida anche per tante nuove gallerie è un processo che richiede del tempo”.
Ad aprire il calendario 2017/18 del contemporaneo in Italia, dunque, una fiera che ha saputo mettersi in gioco e che trae la propria forza dalla voglia di crescere e di far germogliare, anno dopo anno, i molti input positivi che è riuscita a canalizzare e creare, nella prospettiva di valorizzare, promuovere e alimentare sinergie per costruire un solido tassello del presente e del futuro dell’arte nel nostro paese.

 

Silvia Conta

Non è Basel, non è Frieze. Non è “la Mecca del Moderno” né un set in cui si mescolano eccentricamente arte, lusso e denaro. ArtVerona, arrivata alla tredicesima edizione, mantiene una dimensione sobria. Eppure, dietro questa parvenza di misura, si nasconde un progetto dinamico, sperimentale, avventuroso: quello che la nuova direttrice artistica Adriana Polveroni definisce come il tentativo di “far emergere e valorizzare il sistema dell’arte italiana”. Un impegno che è sempre stato la caratteristica di ArtVerona, ma che in questa tornata fieristica diventa il leitmotiv che attraversa i due tradizionali padiglioni (moderno e contemporaneo), per diffondersi all’esterno e coinvolgere musei, negozi, teatri.
Ma cosa intende Polveroni quando suggerisce come tema “Viaggio in Italia #back to Italy”? Il suo “concept” è quello di uno sguardo che si allarga oltre i confini, per “esplorare nuove geografie d’arte”. Per questo, nel padiglione di Arte Contemporanea ha creato “un’isola” con l’intento di riproporre il fascino del Grand Tour ottocentesco, mettendo fianco a fianco realtà straniere che operano nel nostro paese e gallerie italiane che hanno sedi all’estero. Sei in tutto, che non attestano, certo, un dato strutturale, ma un processo sempre più accelerato di scambi, relazioni, attraversamenti di frontiere culturali.
Passare tra gli stand diventa allora un vero iter iniziatico, un visitare mondi che vanno al di là del puro possesso e della visione e aprono inedite “forme di relazione e inaspettati incroci”. È quanto accade, ad esempio, nella sezione “Indipendents”, dove quattordici nuove realtà (associazioni no profit o collettivi) riflettono proprio sul tema del viaggio. MoRE realizza una mappatura dei progetti non realizzati, Contemporary Locus invita artisti ad interpretare spazi dismessi o dimenticati, Magazzini fotografici mette assieme immagini ritrovate con foto scattate di recente, ecc. C’è qualcosa di utopico nell’attività di questi gruppi, una sorta di volontà di andare oltre il vissuto, per attingere all’immaginario e “rendere possibile l’impossibile”.
E non mancano convegni, dibattiti, talk, incontri che hanno la funzione di spostare la dimensione dell’arte dal suo valore di merce alle questioni stesse del suo farsi, del suo esserci, del suo produrre pensiero. Ma poi gli stand espositivi, vero cuore pulsante di una Fiera, si dimostrano all’altezza della cornice? Sono davvero spazi di promozione e proposta? Se si osserva il padiglione 11 (quello dedicato all’arte del Novecento), non si può che definirlo impeccabile sia negli allestimenti che nella qualità delle offerte. Solo un po’ ripetitivo nei nomi, in prevalenza appartenenti all’arte cinetica e programmatica o alla pittura analitica (Alviani, Bonalumi, Biasi, Verna, Griffa, Cotani, ecc.). Il tutto in sintonia con quelle che sono le tendenze del mercato. Rari gli spazi che espongono opere con una sensibilità inedita e misteriosa: tra questi Valmore Studio d’Arte (di Vicenza) presente con l’installazione di Jacques Toussaint “Meccanica Celeste”: una scansione aerea di tubi al neon blu, che sembra dividere e insieme moltiplicare lo spazio o Ferrarin Arte (di Legnago) che allestisce una sorta di caverna platonica, in cui Carlo Bernardini, impiegando la fibra ottica, dà vita ad una architettura potenziale. Ma il confine tra moderno e contemporaneo si fa labile e più di una galleria del padiglione 12 colloca accanto alle promesse alcune figure consolidate. Non si tratta di spostare l’autorità della storia a sostegno di un presente alla deriva, ma di impiegare la storia come “business appeal”. Solo con le sezioni “Raw Zone” (gli stand dedicati ad un solo artista) e “Scouting” (16 gallerie attente alle innovazioni) ci troviamo immersi in una dimensione eccentrica, in una sorta di officina creativa.
Entusiastici i comunicati di ArtVerona: “Cresce il numero delle gallerie (140, di cui 35 presenti per la prima volta), cresce il numero delle visite, cresce il numero di collezionisti e degli operatori di settore”. Ed effettivamente i nove premi che quest’anno sono stati attribuiti testimoniano di un riconoscimento da parte di istituzioni, musei, consorzi di collezionisti del livello delle proposte. Soprattutto l’Ente Fiera ha inserito ArtVerona nel suo network con Vinitaly o Marmomacc e ha ospitato in città 480 coppie di collezionisti italiani e stranieri. L’importante però è non consegnarsi alla solita filosofia dell’evento, dell’euforia, dell’effetto speciale. Forse è anche per questo che Polveroni ha pensato ad un progetto capace di esercitare più una funzione formativa che spettacolare. E l’ha fatto, promuovendo eventi che coinvolgono l’intero territorio, in collaborazione con soprintendenza, università, Esu, accademia. Col contributo di una decina di curatori, ha portato nel Museo Civico di Castelvecchio ventitrè opere contemporanee di collezionisti, in dialogo/conflitto con le opere del passato (“Iconoclash”), ha curato per la GAM l’esposizione ”Il mio corpo nel tempo. Luthi, Ontani, Opalka”, togliendo letteralmente dalle stanze della Galleria la tanta polvere accumulata nel corso degli anni, ha allestito un autentico Festival “precario, effimero, transitorio” nel quartiere multietnico di Veronetta… Insomma un crogiolo espositivo, un organismo molteplice. Un po’ come l’opera di Flavio Favelli Extra profondo oro (2017) (che ha vinto il concorso Icona e che sarà l’immagine della prossima edizione di ArtVerona): un collage di carte di cioccolatini su pannello. Un monocromo prezioso, realizzato con degli scarti. Quasi un augurio: fare molto anche con poco.

 

Luigi Meneghelli