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TV 70 Fondazione Prada / Milano

Immaginata da Francesco Vezzoli in omaggio al ruolo giocato dalla Rai nella promozione della cultura italiana, “TV 70” è un percorso attraverso le innovazioni contenutistiche, di formati e ruoli promosse nei palinsesti Rai nella decade di transizione tra il Sessantotto e gli anni Ottanta. Guardando in particolare ai contributi e, più in generale, alla partecipazione degli artisti visivi alla “vita” della televisione, di riflesso la mostra si interroga sui modi in cui l’arte del passato abbia destrutturato i meccanismi argomentativi dei mass media.
“TV 70” procede per giustapposizioni di opere d’arte e spezzoni di trasmissioni Rai. Un corridoio punteggiato da servizi sugli eventi drammatici che hanno segnato gli anni Settanta, si apre con il ciclo di collage Non capiterà mai più (1969-72) di Nanni Balestrini – cut-up di titoli di quotidiani che restituiscono la ruggente cacofonia ideologica dell’epoca. Sul fondo del corridoio, un filmato di Ketty La Rocca, adattamento televisivo del suo Appendice per una supplica (1972), invita a ritrovare nel linguaggio delle mani una forma di comunicazione ancestrale, non mediata dalla parola. In un’altra sala della mostra, Raffaella Carrà, Mina e le gemelle Kessler ironizzano sui gusti del pubblico maschile in una puntata di Milleluci; lo spezzone è proiettato su un gruppo di opere di Tomaso Binga – al secolo Bianca Pucciarelli – artista la cui ricerca intorno al corpo femminile è emersa in risposta alle costrizioni di una società ancora di stampo patriarcale.
Sono questi solo possibili esempi delle numerose e sempre puntualissime corrispondenze tra arte e televisione che la mostra innesca. Passando in rassegna le sperimentazioni linguistiche condotte su questi due, indissolubili fronti della produzione visiva, “TV 70” arriva a sublimare le contraddizioni alla base della cultura italiana contemporanea nell’identità barocca del costume nazionale. Che Vezzoli sia un abile interprete dell’immaginario italico (e italiota) è cosa nota; ma con questa mostra ne offre la sua più spassionata e, al tempo stesso, graffiante lettura. E diremmo che lo fa da vero intellettuale pubblico – proprio come quei personaggi, oramai leggendari, che facevano l’arte e la televisione un tempo.

Michele D’Aurizio