Recensioni /

Christian Boltanski
 MAMbo / Bologna

Départ (2015) e Arrivée (2015). Partenza e arrivo. Nascita e morte. “Anime. Di luogo in luogo” è il titolo della mostra di Christian Boltanski in varie sedi di Bologna, con il Mambo come suo cuore pulsante, che arriva a distanza di vent’anni dalla mostra a Villa delle Rose e a dieci dalla realizzazione del progetto per il Museo per la Memoria di Ustica. Incentrata sull’assenza e configurata attraverso una selezione di lavori realizzati dall’artista nel corso degli ultimi trent’anni, l’esposizione trasforma l’architettura del museo in quella di una cattedrale.
Départ. Si inizia nel nartece con Coeur (2005): una lampadina al centro della stanza, circondata da una serie di specchi neri in cui si riflette la nostra identità, si accende in modo intermittente in funzione del battito cardiaco dell’artista. La navata centrale, invece, è occupata da Regards (2013), una tensostruttura realizzata con cavi di acciaio in cui sono sospese immagini d’individui scomparsi, riprese da memoriali o dai necrologi dei quotidiani. Un labirinto di sguardi silenziosi e lapidari di persone che ci hanno preceduto, che ci osservano dal loro oblio e di cui non rimane nessun’altra traccia che la loro immagine sfocata in bianco e nero e che si sviluppa avvolgendo il lavoro Volver (2015-2017). Nelle due navate laterali sono allestiti, senza soluzione di continuità, una cospicua serie di lavori storici – come ad esempio Autel détective o Monuments (1980-1990) – in cui la memoria collettiva si disperde e si dilata negli altari e nei monumenti funerari con fotografie di individui senza nessun nome, nessuna storia, nessun riferimento e quindi senza un’identità definita. Una sequenza di lavori che non inseguono l’immortalità del mito ma la semplicità delle persone rappresentate.
A chiusura della mostra, dopo aver varcato la soglia di Le grand mur de Suisses morts (1990), il percorso conduce all’abside in cui è allestito il video Animitas (blanc) (2017). Secondo capitolo di un omaggio alle anime erranti, in cui è stata ricostruita sulla terra la mappa celeste relativa al giorno di nascita dell’artista, attraverso centinaia di campanellini legati a fili di erba che, suonati dal vento, conducono alla calma che comporta l’accettazione dell’ineluttabilità dell’oblio. Arrivée.
Una mostra che rifiuta la monumentalità tranne in un solo esempio, Volver, annullando qualunque aspettativa di trovare il Boltanski più installativo, spettacolare e immersivo a cui siamo abituati, per concentrarsi sulla frammentazione, sul valore simbolico di oggetti effimeri, sull’attenzione dello sguardo, su un’atmosfera intima che ci obbliga a porci come soggetti attivi della narrazione, come testimoni che assimilano la scomparsa attraverso il ricordo.
La mostra, tuttavia, si presenta scevra di qualunque apparato didattico e con un allestimento spesso troppo compresso, con determinati inciampi narrativi e con eccessive reiterazioni linguistiche, che non solo complica notevolmente la comprensione dei molteplici registri che si celano nella ricerca dell’artista, ma soprattutto stenta a potersi definire come una antologica. Il trauma delle cronache dei sopravvissuti della Shoah sentiti dai suoi genitori, il sipario complesso del racconto, la distanza con il dramma che si nasconde in tanti suoi lavori e soprattutto la volontà di narrare “le storie piccole, quelle di cui siamo noi i protagonisti, quelle che scompariranno con noi, le storie che ho voluto conservare, pur sapendo che si tratta di una battaglia persa in partenza” come dichiara Boltanski stesso nel catalogo, vengono incomprensibilmente ovviate. Allo stesso tempo, l’eccessiva insistenza per un determinato filone della sua produzione porta a leggere determinati passaggi non come un’ossessione che diventa processo consapevole e ostinato, non come elementi assillanti, maniacali e ricorrenti della sua ricerca, non come le stesse domande che mutano di forma nel corso del tempo, bensì solo come ripetizione monotona che trascura altre formalizzazioni che l’artista ha straordinariamente sviluppato. Una mostra, infine, in cui le aspettative vengono purtroppo disattese; mancano gli azzardi linguistici nelle scelte, il rischio in un allestimento che risulta troppo prevedibile e statico e lo stupore nella sua definizione.

Angel Moya Garcia