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Andrew Ross Clima / Milano

In anni recenti la modalità di rappresentazione dei supereroi nel cinema – da Batman a Superman a Spider-Man – ha subito radicali cambiamenti. Non più acquietanti e granitici garanti della sicurezza collettiva, ma figure complesse, psicologicamente ambigue, attraversate da paure, nevrosi, fragilità, prigioniere delle zone grigie dell’etica e della morale del quotidiano, specchio e proiezione di debolezze e incertezze condivise. Nella personale alla galleria Clima Andrew Ross (Miami, 1989, vive e lavora a New York) scandaglia idiosincrasie e passioni dell’americano medio e di specifici gruppi sociali per, letteralmente, plasmare la propria versione di supereroe e della realtà – utopica e distopica – che lo circonda. Il titolo della mostra Chassis si riferisce alla carena, struttura di base delle autovetture, prodotta in serie e personalizzabile, per estensione associata alle componenti per modellini e materiali per hobbistica. Attingendo a immaginari e pratiche del modellismo amatoriale – e collegandosi così all’idea tipicamente americana dell’autoaffermazione e del self-made man – Ross, a partire da una serie di fogli di plastica scaldati e modellati con un forno da lui costruito e allestito nella galleria stessa, crea un paesaggio scultoreo, uniformemente bianco, dominato da un’atmosfera di sospensione fra azione e inazione, si tratti del salto da parkour estremo di The Jump o del vortice astratto di Untitled (Vortex). L’estetica è volutamente grezza, non rifinita. Ross non è immune dal fascino dell’imperfezione. Il suo intervento manuale nella realizzazione bilancia il controllo del processo con l’instintualità e l’imprevedibilità del risultato finale. Fondativa l’opera The Medium, ascensione/crocifissione laica di un eroe/antieroe portatore di luce, un humunculus alchemico do-it-yourself, ma anche un guscio leggero, una scultura del, e intorno, al vuoto. Un eroe anonimo, come il protagonista di V per Vendetta, ripreso in un frammento di maschera fuori scala in Mask. Con i suoi calchi fantasmatici, evocativi tanto di quelli pompeiani quanto dei silenti personaggi di George Segal, Ross parla di limiti e possibilità del fare, di manualità e industria, di forma e funzione, di mass production e personalizzazione della serie, ma racconta, al contempo, la storia di una America smarrita, in cerca di nuove narrazioni e mitopoietiche. Un perfetto esempio di come l’arte possa essere politica senza esplicitamente proclamarsi tale.

Damiano Gullì