Recensioni /

Alice Neel Victoria Miro / Venezia

Varcata la soglia della galleria Victoria Miro, la frase “you see time happen” – con cui Robert Storr ha commentato i lavori di Alice Neel – echeggia e prende forma all’interno dell’ambiente. La nuova sede veneziana (che occupa gli spazi della storica galleria Il Capricorno), ospita un capitolo di “Uptown”, retrospettiva presentata con un differente corpus di opere anche a New York e a Londra. Curata da Hilton Als in collaborazione con la galleria David Zwirner, la selezione veneziana – costituita da due disegni e sei dipinti – concede allo spettatore di addentrarsi nella scoperta della produzione dell’artista. Neel, attraverso una pittura narrativa intima, diretta e a volte scomoda, esplora la profonda psicologia dei suoi personaggi portandola in superficie, così che siano loro stessi a raccontarsi. I ritratti di Armando Perez (1945) e Sarah Shiller (1952) presenti in mostra si fanno portavoce della cerchia di persone con cui l’artista è entrata in contatto durante il periodo vissuto nel quartiere di Harlem, e incarnano i valori sociali e di sinistra con cui si è sempre identificata. Allo stesso modo Mother and child (1938), Childbirth (1939) e Baby on the blue sofa (1939-40) rivelano la sua storia intima e fragile di madre, moglie e, soprattutto, donna. La capacità di instaurare uno scambio sincero con i personaggi permette a Neel di riportare sulla tela, tra pennellate e marcate linee di contorno, la profondità del loro animo, fatta di pensieri e turbamenti. L’artista non si concentra solo sull’espressività del volto ma impregna di carattere anche il corpo e le pieghe delle vesti, fino a che lo sfondo diventa esso stesso parte integrante della storia.
Neel ha sempre saputo osservare e vivere il quotidiano fornendo alla sua pittura una carica espressiva straordinaria che, nonostante le evidenti influenze artistiche, l’ha resa unica e volutamente libera da ogni categorizzazione.

Michela Murialdo