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Nicola Samorì Pescheria / Pesaro

“Un imperatore cinese domandò un giorno al suo pittore preferito di cancellare la cascata che aveva dipinto a fresco sul muro del palazzo perché il suo rumore gli impediva di dormire la notte”. Così Régis Debray apre il suo saggio Vita e morte dell’immagine (Il Castoro, Milano, 1999).
Nelle marine di Nicola Samorì, esposte nell’ampia personale curata da Marcello Smarrelli presso il Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro, sembra di udire quel brusio.
Allo stesso modo si percepisce il crepitio della pasta pittorica che, profanata, deforma la figura (Scomparsa in Dio (Apoteosi del vago) [2012]) o l’affondo degli utensili che scalfiscono e spellano le superfici (Firmamento [2017]).
L’artista non teme il confronto con i Maestri, che anzi osserva, cerca e richiama al dialogo. Le immagini ‘sacre’ della collezione dei Musei Civici di Palazzo Mosca fanno da prezioso interlocutore. La candela e la luce cui riferisce il titolo della mostra (“La candela per far luce deve consumarsi”), alludono all’istante primario della percezione visiva, che dalla caverna ha accompagnato l’atto creativo e la sua fruizione fino ai giorni nostri.
L’artista abita lo spazio, omaggia, e allo stesso tempo scarnifica, la pittura vestendola di concetti nuovi. Se nella manica lunga dell’antico mercato del pesce ottocentesco le linee verticali delle sculture lignee, giacomettiane in certo modo – di un legno trovato, lavorato e già spento dal tempo – si rianimano come Menhir monolitici dalle sembianze umane (Morto in piedi, 2017,), la scultura che punta l’ago al centro della seicentesca Chiesa del Suffragio si innalza come una colonna sans fin brancusiana (Lieve legno, 2017).
A questo movimento ascensionale, sottolinea il curatore Marcello Smarrelli, corrisponde un movimento più tellurico, fatto di pose icastiche dei santi (Lode alla lingua, 2017, incastonato nella sontuosa cornice del XVII secolo in legno intagliato e dorato di manifattura napoletana, presa in prestito dalla collezione Mosca; La prova del fuoco, 2017 e Corpus Domini, 2017, tutti olio su rame) che si confrontano con l’olio su rame Cristo e un manigoldo (1735-1740) di Giuseppe Maria Crespi e con la tempera su tavola Cristo Passo (1490-1499 ca) di Nicola Zafuri. Mentre le citate marine (Senza titolo, 2017) dipinte per l’occasione, si confondono invece con alcune vedute pesaresi di antica fattura rispolverate e trasposte dai magazzini dei Musei Civici; così una testa di uomo in onice (Lingua greca, 2017) ripercorre la scultura classica, innescandone un contrappunto evidente nella lacuna facciale che demistifica la forma perfetta aprendo l’immagine a dimensioni ultraterrene.
Conclude questa conversazione, questa “corrispondenza di amorosi sensi”, la presenza dislocata di Estesiasta (2016), una scultura in marmo bianco di Carrara e frammento lunare, che guarda compiaciuta e anelante l’imponente Incoronazione della Vergine di Giovanni Bellini custodita nelle sale di Palazzo Mosca.

Marta Silvi